La palingenesi dell'Italia
Di Gianni Pardo
Dalla crisi si può uscire o risolvendola o cadendo nell’abisso. Poiché però l’Italia ci sarà ancora, bisogna chiedersi che ne sarà della nostra società e delle nostre istituzioni. Per quanto strano possa sembrare, dalle loro vicende i popoli imparano qualcosa. E ne tengono conto anche decenni dopo. La gente comune è digiuna di storia, magari non sa che cosa ha dato luogo a un dato principio di comportamento, ma lo considera naturale.
La Francia e la Germania, dal 1870, hanno avuto enormi contrasti. Si sono accapigliate per l’Alsazia e la Lorena, si sono vicendevolmente massacrate nella Prima Guerra Mondiale e infine la Germania ha conquistato per sempre la sua dignità di grande potenza. A causa del prezzo pagato, quei due Paesi hanno imparato a rispettarsi, a considerare un gravissimo pericolo la loro eventuale rivalità e un affare la loro alleanza. Nel frattempo però sono anche successe altre cose: dopo l’esperienza di Weimar e del nazismo, la Germania non solo ha rinunziato alla gara con la Francia, ha rinunciato anche all’espansionismo (il Lebensraum è forse divenuto lo spazio per i piedi in aeroplano), all’estremismo e all’autoritarismo. Ha infine contratto una paura patologica dell’inflazione: e lo abbiamo visto in questo periodo di crisi. Esistono grandi costanti delle nazioni. L’assenza di confini naturali rende immutabile la paura della Russia e della Polonia di essere aggredite (paura impensabile per la Spagna); l’interesse e la prudenza rendono la Svizzera neutrale; il modo come sono nati rende gli Stati Uniti alieni dal colonialismo.
Ma queste costanti possono cambiare in seguito ad avvenimenti d’importanza epocale. Il Giappone, dopo la “visita” dell’ammiraglio Perry, in pochi decenni è passato ad essere, da Paese tradizionalista e medievale, una nazione industriale modernissima. Dopo secoli di vita ai margini della società, sopportando di essere disprezzati o appena tollerati, gli ebrei sono usciti dal massacro risoluti a difendersi con le armi, fino a trasformarsi da vittime sacrificali in temibili guerrieri. Può avvenire qualcosa del genere per l’Italia? Nessuno può dirlo ma nessuno può escluderlo. Se assaggiassimo cosa significa la luce che si spegne, il crollo di tutto, il contatto con l’abisso, forse qualcosa impareremmo. I tedeschi hanno imparato l’ostilità più netta al militarismo, per esempio; noi, che il militarismo non abbiamo mai saputo che cosa fosse, potremmo imparare una lezione ancora più difficile: il pericolo della retorica.
Se, dopo essere stati incantati dalle mille promesse e dai mille vantaggi concessi a credito, gli italiani imparassero a guardarsi dai demagoghi, almeno dai più sfacciati, i partiti potrebbero cambiare volto. Mentre prima era vincente quello che prometteva di più, poi proprio perché promette di più potrebbe divenire sospetto agli elettori. Mentre prima trionfava chi sottolineava la bellezza del regalo, domani potrebbe vedersi chiedere quanto costa e se l’Italia se lo può permettere. Mentre prima il buonismo era obbligatorio e la razionalità appariva empia e intollerabile, i buonisti potrebbero finalmente essere visti per quello che sono: degli sciocchi pericolosi. Insomma, mentre prima gli italiani hanno fatto a gara a chi sognava di più, domani potrebbero fare a gara a chi è più realista. Sarebbe un rivolgimento storico. L’Italia potrebbe ritrovare la sua prosperità e il suo ruolo nel mondo. La gente magari non saprebbe dire perché, ma sentirebbe l’obbligo di avere una mentalità da ragionieri e di ridere di chiunque reputi che si possa spendere più di quanto si guadagna. Saremmo divenuti quello che Napoleone avrebbe detto dell’Inghilterra, a nation of shopkeepers, una nazione di bottegai: ma ricca e ordinata. Forse avremmo meno fantasia. Forse la nostra vita sarebbe meno colorata. Forse – orrore! – somiglieremmo di più alla Svizzera.
Ma i nostri conti sarebbero in ordine. Avremmo perfino imparato la saggezza di quel principio per il quale “ogni volta che qualcuno fruisce di un’utilità che non ha creato, c’è qualcuno che non fruisce di un’utilità che ha creato”. E ci ricorderemmo di proclamarlo anche quando si trattasse di qualcuno che per età o per stato di salute non può creare nessuna utilità: lo soccorreremmo, ma gli ricorderemmo che non sta usufruendo di un diritto – come si direbbe oggi – ma della carità di chi dà una parte del suo reddito. Sarebbe una rivoluzione sociale talmente profonda che è difficile riuscire a sperarla. Tutto dipenderà dalla severità della lezione. Anche se non sappiamo quanto crudele essa dovrebbe essere, per penetrare i quattro centimetri di spessore del cranio di molta gente.


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