L'oroscopo dell'Italia
Di Gianni Pardo
Oggi siamo tutti intenti ad esaminare i provvedimenti di un governo-ferryboat, nel senso che ci dovrebbe traghettare verso un diverso futuro, ma quale sarà questo futuro?
Per il primo scenario, la manovra ha successo, considerando tale un periodo in cui i mercati si calmano, i titoli di Stati sono venduti con interessi stabilmente ragionevoli e nessun pericolo immediato minaccia il Paese. I provvedimenti richiesti dall’Europa e attuati da Monti avrebbero dunque funzionato. Ma è impossibile che rilanci l’economia una manovra che, salvo qualche piccolo taglio, è tutta sbilanciata dal lato di tasse e imposte, senza nessuna liberalizzazione del lavoro e senza nessuna riduzione del suo costo. Fino ad oggi non è cambiato il modello produttivo, anzi lo si è appesantito accentuando la pressione fiscale, mentre gli interventi sulla previdenza, pur positivi, produrranno i loro effetti nel corso del tempo.
Dunque, più che di un successo, si tratterebbe di un rinvio del problema. Il governo galleggerebbe, il popolo sospirerebbe e stringerebbe la cinghia, ma l’Italia rimarrebbe un Paese che regge l’anima coi denti. La situazione consentirebbe una tregua fino alla prossima fiammata emotiva dei mercati: e se ci siamo salvati stavolta potremmo non salvarci la prossima volta.
Per onestà e completezza di quadro bisogna prendere in considerazione l’ipotesi che il governo, dopo avere fatto contente le autorità europee, si renda conto che bisognava fare altro e abolisca molte norme sul lavoro, realizzi con l’accetta una riforma della Pubblica Amministrazione e della Giustizia, faccia dimagrire lo Stato e adotti provvedimenti improntati ad un “liberalismo selvaggio”, riuscendo così a rilanciare l’economia. Sarebbe bellissimo. Si darebbe al mondo la sensazione che l’Italia s’è rimessa a correre e tutto parlerebbe di speranza. Purtroppo, questa soluzione è fantascientifica: saremmo felici se Monti riuscisse ad adottarla, ma nessun governo si può permettere queste riforme. Gli italiani non le vogliono e sarebbero pronti alla rivoluzione.
La seconda ipotesi è che la manovra non abbia successo. I mercati, dopo un momento di perplessità, si lanciano di nuovo a vendere titoli di Stato italiani, proiettano i tassi d’interesse a livelli insostenibili e il Paese, anche a causa della manovra, accentua la sua discesa verso una drammatica recessione. L’erario, anche offrendo interessi usurari, non riuscirebbe a piazzare i suoi titoli sul mercato e saremmo al fallimento. Il governo cesserebbe i pagamenti di Bot e Btp in scadenza, le imprese fallirebbero a migliaia, i disoccupati sarebbero milioni in più, le conseguenze economiche di un tale fenomeno economico sono troppo numerose, complesse e gravi, perché valga la pena di descriverle. Diciamo soltanto che sarebbe una autentica tragedia nazionale, con conseguenze internazionali: la scomparsa dell’euro, in questo contesto, sarebbe un particolare irrilevante. Né si può ipotizzare un salvataggio da parte dei grandi soci europei, come si è fatto per la Grecia: l’Italia è troppo grande e pesa troppo, perché qualcuno si possa far carico di salvarla. Non avremmo nessuna speranza.
A questo punto ha poco senso chiedersi se il governo cadrebbe o no, se si andrebbe o no ad elezioni anticipate. Sarebbe come discutere della teoria di Wegener durante un terremoto. Ci si troverebbero a far fronte a problemi che includono quello della fame e dei suicidi.
Questa catastrofe non rappresenta però la fine della storia. La Terra continua a girare e dopo avere descritto l’incubo, dopo avere toccato il fondo (oltre la fame e il suicidio non si può andare) sarà pur lecito sognare.
Il problema fondamentale dell’Italia è una totale ignoranza in materia di economia. A lungo si è predicato ai lavoratori che il salario non è “una parte dell’attivo dell’impresa”, ma “una variabile indipendente”, commisurata alle sue richieste. Del resto l’italianissima Costituzione dice che il salario deve essere “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”. Si badi a quell’ “in ogni caso”.
Per le anime belle l’imprenditore non deve far impresa per arricchirsi, ma “per creare posti di lavoro”. E deve mantenerli anche se non gli rendono nulla e sono un peso economico.
Se ci siamo ridotti ad avere il più grande debito pubblico d’Europa è perché per decenni i nostri governanti (applauditi dagli italiani) non si sono curati della realtà. Per loro i debiti sono stati “qualcosa che si fa”, non “qualcosa che poi bisogna ripagare”. Se una grande impresa, un comune, una città, erano sull’orlo del fallimento, lo Stato interveniva e ripianava i deficit. Magari facendo debiti a sua volta. Gli italiani e i politici sono stati d’accordo nel concedere vantaggi sempre maggiori a tutti: pensioni dopo vent’anni di lavoro, cassa integrazione guadagni, medicinali gratuiti, mille e mille regali, come se lo Stato disponesse di fondi infiniti e l’economia dovesse andare comunque benissimo. Per virtù dello Spirito Santo.
Se questa è stata la mentalità, la speranza (o il sogno?) è che, dopo una indimenticabile tragedia nazionale, si impari la lezione. L’economia non è dominata dalla bontà, ma dalla Tavola Pitagorica. Il profitto dell’imprenditore non è un furto diabolico, è la fonte della ricchezza nazionale. La politica piena di generosità e di buone intenzioni conduce al fallimento.
Se tutto scoppia, la speranza è che gli italiani imparino che due più due fa quattro. Che perdano la mentalità comunista e comprendano che colui che vuole tenersi il suo non è più egoista di chi cerca di strapparglielo. Se cambiassimo mentalità, se invece di ubriacarci di morale ci ubriacassimo di razionalità, avremmo qualche speranza: e sarebbe il giorno più bello dal 1870.
giannipardo@libero.it, www.DailyBlog.it


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