Un candidato post-razziale

Martedì, 28 ottobre 2008 - 15:36:00


Di Nicola Persico

Fra qualche giorno, se tutto va secondo le previsioni, Barack Obama sarà il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. La sua elezione segnerebbe un momento storico, la prima volta che un afro-americano assurge all’ufficio più alto della repubblica. Ma cosa ci dice questo primato statistico sulla questione della razza negli Stati Uniti? Forse il divario fra bianchi e neri è stato colmato? E come ha giocato nella campagna elettorale la razza di Obama?

DIVARIO CHE AUMENTA

Purtroppo, la risposta alla prima domanda è decisamente “no”. Il gap fra bianchi e afro-americani, secondo tutte le misure, esiste ancora e non diminuisce. Consideriamo per esempio la percentuale dei diciannovenni neri che finisce la scuola superiore: per i nati nel 1957 è del 51 per cento. Un quarto di secolo dopo, nel 1981, la percentuale è scesa al 43 per cento. (1)
Analogamente, nel 1999 era in prigione il 6,5 per cento dei maschi neri fra i 20 e i 54 anni, contro il 2,5 per cento di vent’anni prima. (2) Secondo queste e altre misure, il divario fra neri e bianchi è aumentato, non diminuito, nell’ultimo quarto di secolo. E ciò nonostante energiche politiche di integrazione scolastica, politiche di azione positiva nelle ammissioni a università e scuole professionali di elite e quote riservate in certi settori del mercato del lavoro.
Avere finalmente un presidente nero rappresenta quindi l’eccezione, un caso non rappresentativo dell’evoluzione sociale della popolazione afro-americana degli Stati Uniti. A ben guardare, Obama non rappresenta nemmeno demograficamente la media degli afro-americani. La madre è bianca e il padre è un economista laureato a Harvard.
Proprio questo background familiare insufficientemente “nero” lo rende sospetto alla macchina elettorale afro-americana negli Stati Uniti, diretta da personaggi quali Al Sharpton e Jesse Jackson. E infatti all'inizio non l'hanno appoggiato, preferendogli Hillary Clinton. A sua volta, Obama ha ignorato quella macchina elettorale. La freddezza reciproca ha probabilmente giocato a suo favore nel giudizio della maggioranza dell’elettorato, che vede con sospetto leader come Jackson e Sharpton.

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