Che c'azzecca l'America con l'Europa: il fallimento del tour di Obama
Obama ci ha provato in tutti i modi a convincere gli europei che gli interessi americani coincidono con i loro. Al G20 di Londra è stato l’umile “kid” arrivato per ascoltare cosa avevano da dire tutti gli altri. Col cappello in mano ha chiesto all’Unione europea di aumentare la spesa pubblica dei singoli paesi per riattivare i consumi mondiali compresi quelli di prodotti americani. Ma gli europei gli hanno risposto che non ci pensano neppure ad aumentare i loro debiti per fare un piacere a Washington. Il presidente americano ha incassato prendendo atto che gli alleati del Vecchio Continente avranno tante affinità elettive con gli USA ma di certo fanno fatica a prodursi in concreti atti di affetto. Al vertice Nato di Strasburgo ha deciso di abbandonare l’umiltà e di diventare didattico. Ha prima spiegato agli europei che bisogna mandare più uomini in Afganistan perché se non si vince lì i primi a pagarne le conseguenze con attacchi terroristici saranno proprio loro che ospitano comunità di immigrati molto sensibili ai richiami dell’integralismo. Ha poi anche cercato di farli sentire in colpa dicendogli che non si può chiedere all’America di riconoscere i propri errori rinnegando la politica unilateralista di Bush senza accettare in cambio di condividere gli oneri della gestione del mondo. E quindi li ha perfino ammoniti: gli Stati Uniti da soli non potranno vincere le sfide di domani, ma neppure gli europei senza gli Stati Uniti. Ma non è servito a niente: quando ha chiesto che venissero mandati più soldi e più soldati in Afganistan si è sentito rispondere che avrebbe ricevuto solo 100 milioni di dollari in più per la ricostruzione e appena 4000 uomini in più da dislocare temporaneamente per le elezioni di giugno. Un’inezia in confronto ai miliardi messi sul piatto da Obama per l’Afganistan e ai 17.000 uomini che sta mandando di rinforzo permanente per vincere la guerra.
![]() Obama e Gul in Turchia |
Al vertice dell’Unione europea di Praga il presidente americano ha infine perso la pazienza smettendo i residui panni di umiltà. E’ infatti salito in cattedra non solo dicendo implicitamente agli europei che sbagliano a non fare entrare Ankara nell’Unione Europea ma specificando anche il perché. Gli ha prima infatti spiegato che la Turchia è un alleato essenziale dal punto di vista strategico perché è dai suoi territori che passeranno i gasdotti provenienti dal Caspio che emanciperanno gli europei dalle forniture russe di gas e gli americani dal petrolio del Medio Oriente. Poi ha precisato che è sempre dai suoi confini che passano gran parte delle linee di rifornimento destinate ai soldati Nato in Afganistan e ai soldati americani in Iraq. Infine l’ha buttata sul piano ideologico: finché un grande paese mussulmano come la Turchia resterà con gli occidentali nessuno potrà accusare americani ed europei di essere in guerra con l’Islam e si eviterà così ogni sospetto di scontro di civiltà. Per ribadire il concetto affinché fosse chiaro a tutti il suo piano di relazioni pubbliche, Obama ha affermato davanti al parlamento Turco: “Gli Stati Uniti non sono e non saranno mai in guerra con l’Islam... Ascolteremo con attenzione, supereremo le incomprensioni, cercheremo basi comuni. Saremo rispettosi anche quando non siamo d’accordo. E manifesteremo il nostro apprezzamento per la fede islamica che ha migliorato il mondo incluso il mio paese. La grandezza della Turchia è di essere al centro delle cose, non dove Est e Ovest si dividono ma dove si uniscono”. Nel caso le considerazioni strategiche non fossero sufficienti per convincere gli europei, Obama ha anche cercato di pungolarli dal punto di vista culturale. Ha infatti affermato che l’ingresso turco nell’Unione Europea “allargherebbe e rafforzerebbe le sue fondamenta con il cemento garantito da diversità di etnicità, tradizione e fede”.



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