Dear Obama, now show us the beef!
Di Giuseppe Morello
E' pirotecnico e rutilante l'arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama, cominciato per altro da diversi giorni tra bagni di folla e scenografie simbolicamente cariche. Non sembra l'insediamento di un presidente, ma l'arrivo dello Spirito Santo. Tutto ciò che ruota attorno al nuovo presidente americano è in questo momento suggestivo ed emozionante, e anche molto cinematografico. L'apparato spettacolare e lo stesso protagonista sono da kolossal, ma non è che siamo indigeni che si comprano con specchietti e perline. Noi non ce la beviamo e la lacrimuccia non ci verrà fino a quando non vedremo i fatti. La vera prova non è l'ennesimo discorso (quest'ultimo pare sia stato partorito a un tavolo di Starbucks con il suo ghost writer) ma la gigantesca agenda politica che attende il nuovo presidente.
Obama ci conquisterà fino in fondo quando vedremo realizzata la promessa di riforma del sistema sanitario e del ritiro dall'Iraq, quando avrà sterilizzato la minaccia dell'Iran, quando avrà dato risposta alla crisi economica e avrà dato nuove regole al sistema finanziario. Ci diremo obamiani convinti e ci appunteremo la spilletta al bavero della giacca solo se vedremo le lobby ridimensionate, lo sviluppo delle forme di energia rinnovabile, il rilancio della new economy, la chiusura di Guantanamo e la rinuncia allo scudo spaziale.
Il presidente nero che sta tra la gente, l'attesa messianica, la sua voce ieratica da predicatore ispirato, l'oratoria magistrale, lo yes, we can, la promessa di un nuovo mondo: all very impressive, Mr. Obama, siamo sinceramente impressionati, ma, se permette presidente, come si dice a Napoli "accà nisciuno è fesso".



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