Obama di nuovo in corsa, l'economia ancora al primo posto nell'agenda
Di Massimiliano Santalucia
“Yes We can….again”, l’annuncio con cui Barack Obama si è ricandidato per le primarie del partito democratico del 2012 non ha colto di sorpresa. Malgrado il consenso per il Presidente sia in calo e le difficoltà con cui si è confrontato nei primi due anni di mandato siano state più dure del previsto la notizia non ha colto di sorpresa. Fra i democratici non ci sono alternative al Presidente in carica e il partito sembra essere compatto dietro di lui Questo per Obama rappresenta un indubbio vantaggio poiché gli permette di non sprecare troppe energie durante le primarie e, allo stesso tempo, gli consentirà di raccogliere un numero maggiore di fondi per la campagna elettorale.
Tuttavia le buone notizie si fermano qui, una volta sancita la sua candidatura per la Casa Bianca il Presidente dovrà prepararsi a una campagna elettorale in cui, a differenza, di quattro anni fa la sua posizione appare più debole. La crescita economica ancora incerta, la disoccupazione che non accenna a diminuire e tre guerre in corso mettono Obama nell’imbarazzante situazione di dover spiegare cosa non è andato per il verso giusto durante il suo primo mandato. Il Presidente può difendersi affermando di aver evitato che la crisi economica, cominciata sotto Bush , sfociasse in una depressione vera e propria e che un aumento dell’occupazione non era realistico in tempi brevi. Per quanto riguarda i conflitti bellici Obama può rivendicare di aver ridimensionato l’impegno in Irak e di aver migliorato l’immagine dell’America nel mondo, precipitato ai minimi storici sotto Bush.
Alla luce dell’imminente campagna elettorale proprio la posizione americana in politica estera crea apprensioni presso le cancellerie europee. C’è il timore che Obama decida di disimpegnare il paese dalla scena internazionale, in particolare in Libia, per concentrarsi sulle questioni interne su cui si gioca davvero la campagna elettorale. Quando la Casa Bianca ha ritirato i suoi caccia dalla missione in Libia l’Europa si è mostrata leggermente nervosa, come se la decisione rappresentasse un messaggio implicito all’Europa. Tuttavia Lesile Wayne, ex-editorialista politica al New York Times e attualmente docente di giornalismo alla Columbia University, ha ridimensionato questa lettura e ha spiegato ad Affaritaliani.it che la freddezza di Obama sulla Libia è necessariamente collegata all’imminente corsa elettorale. “Gli americani sono semplicemente stanchi delle guerre. Il paese è impegnato su tre fronti e l’opinione pubblica è fredda di fronte a questo nuovo impegno. Washington preferirebbe una missione a guida Nato comunque, elezioni o meno.” Sottolinea ancora la Dottoressa Wayne.
Altro nodo controverso della politica estera americana che potrebbe entrare nella campagna elettorale sono le rivolte in Medioriente. Per Obama non è stato facile gestire gli eventi, da un parte l’appoggio ai regimi “amici” governati da dittatori rischiava di danneggiare i suoi sforzi per riconciliarsi con il mondo arabo. Dall’altra parte però vi è ancora incertezza su quali forze prevarranno al posto dei precedenti governi e Washington deve fare molta attenzione affinché gli sconvolgimenti non portino a un aumento dell’influenza iraniana nel Golfo Persico. In tempi di campagna elettorale l’attuale amministrazione potrebbe continuare a gestire questo equilibrio mantenendo un basso profilo negli avvenimenti mediorientali e preferendo concentrarsi sulle questioni interne.
Se per Obama la campagna elettorale si annuncia difficile, per i suoi avversari repubblicani le cose non vanno certo meglio. All’interno dell’ “Old Party” vi è totale incertezza su chi dovrà sfidare il Presidente tanto che alcuni osservatori ironizzano sul fatto che i Repubblicani forse ripongono le loro speranze di riconquistare la Casa Bianca più nelle elezioni del 2016 che in quelle del 2012. Il punto è che durante l’era Bush il partito non ha effettuato un ricambio nel suo stato maggiore. Molti dei suoi esponenti erano perfino più anziani dell’allora presidente e ora i Repubblicani si ritrovano apparentemente senza candidati di peso. I pochi nomi che circolano sono quelli di Haley Barbour governatore del Mississipi , di Chris Christie governatore del New Jersey o del vecchio speaker della Camera Newt Gingrich.
Ma la vera incognita per i Repubblicani è capire quale peso avrà all’interno del partito il movimento del Tea Party fondato da Sarah Palin e anch’essa potenziale candidata nella corsa alla presidenza. Questo gruppo particolarmente radicale e anti-statalista sta conquistando un peso crescente all’interno dell’ “Old Party”; però fra i Democratici c’è la speranza che l’estremismo del movimento possa danneggiare i Repubblicani e spingere l’elettorato moderato verso Obama. Ad Affaritaliani.it Steve Schifferes, docente di Scienze Politiche alla City University di Londra, spiega però che non è ancora possibile stabilire se il Tea Party peserà negativamente sull’immagine dei repubblicani. “Sarah Palin potrebbe non candidarsi e lavorare da dietro le quinte sponsorizzando l’investitura di qualcun’altro. “ Il punto è l’andamento dell’economia. Se la disoccupazione diminuisce entro il 2012 e gli stipendi crescono per Obama aumenteranno le chance di rielezione”, aggiunge il Professor Schifferes.L’economia prima di tutto; lo slogan di Clinton nel 1992 torna d’attualità e su questo Obama vertirà la sua campagna. Europei e arabi possono aspettare.



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