Caro Giorgio Napolitano: siamo in Italia, non nell'Urss
Di Pietro Mancini
Al Presidente della Repubblica, apparso furioso con Maurizio Bianconi (Pdl), per le critiche contenute nell'intervista al "Giornale" del 15 agosto, vorrei far notare che, così come da tempo è venuta meno l'infallibilità del verbo del Papa, anche con le esternazioni quirinalizie è lecito, rispettosamente, dissentire.
Lo hanno fatto il vice di Fabrizio Cicchitto, alla Camera, lo ha fatto, opportunamente, su "Libero", Franco Bechis, nel suo articolo di Ferragosto, e lo hanno fatto numerosi lettori, scrivendo ai giornali, ai blog, ai siti e nei punti di ritrovo e nei ristoranti, dopo la non convincente intervista, rilasciata - dopo un colloquio, a Stromboli, con lo statista della Garbatella, "Uolter" Veltroni - dal Capo dello Stato al quotidiano, ferocemente anti-premier, "l'Unità". In quella sortita, poi confermata in una conversazione con Marzio Breda, quirinalista del "Corriere della sera", il Presidente faceva chiaramente intendere la sua contrarietà alle elezioni anticipate e la sua propensione alla formazione di una maggioranza alternativa a quella uscita dalle urne, nel 2008, formata dall'opposizione odierna, con l'ausilio di alcuni parlamentari ex Pdl, passati con Fini e sedotti dalla allettante promessa di poltrone.
Come, con toni duri ma non offensivi, ha sostenuto Bianconi, in quel caso, il Primo cittadino del nostro Paese dimostrerebbe di preferire i ribaltoni al popolo. Si renderebbe, cioè, responsabile di un atto legittimo, sul piano formale, ma lesivo della sovranità popolare. E questa è la democrazia, senatore Napolitano quella italiana, non quella del regime sovietico, a cui Lei e il suo partito obbediste, tacendo, per più di un quarantennio!
Quanto all'irritazione del gentiluomo partenopeo per le dichiarazioni di Bianconi, occorre far notare che, in passato - come ha ricordato stamane Stella sul "Corriere della sera - anche altri Presidenti furono attaccati dai partiti e da esponenti politici, senza che l'inquilino "pro tempore" del Quirinale reagisse in modo polemico e irritato, come ha fatto, lunedì, il Capo dello Stato.
Nel 1978, il Pci, cioè il partito di cui Giorgio Napolitano era un autorevole, anche se non molto coraggioso, esponente, spalleggiato dai giornali del gruppo editoriale di Carlo De Benedetti e di Carlo Caracciolo, condussero una violenta, martellante, diffamatoria campagna contro l'allora Presidente della Repubblica, il Dc e illustre penalista partenopeo, Giovanni Leone, sollecitandone e ottenendone le dimissioni, salvo poi, ipocritamente, riabilitarlo "post mortem".
Nei primi anni '90, il bersaglio degli attacchi di ampi settori della sinistra, in primis il Pds di Occhetto e il "partito dei giudici" di Violante, "La Repubblica" di Eugenio Scalfari e "L'Espresso" di Livio Zanetti fu Francesco Cossiga: durissimo documento parlamentare di richiesta di stato di accusa per il Presidente, mentre Giorgio sollecitò le dimissioni. Facendo il confronto tra i rilievi critici di Bianconi e di altri esponenti della maggioranza sulle recenti, discutibili prese di posizione di Napolitano e gli attacchi dei dirigenti progressisti dell'epoca, tutti si renderanno conto dell'enorme differenza.
Stavolta, nessuno ha chiesto l'"impeachment" o la perizia psichiatrica per Napolitano, come avvenne ai tempi delle picconate dello statista di Sassari.
No, nessuna operazione di "macelleria istituzionale", di cui straparla, stamane, "La Repubblica". I giornali, larghi settori dell'opinione pubblica e quella che, soltanto 2 anni fa, si è dimostrata la maggioranza degli elettori hanno sollecitato, e continueranno a farlo, con forza, nelle prossime settimane, che il Capo dello Stato si dimostri l'imparziale garante della Costituzione, l'interprete, corretto, e non di parte, della volontà popolare. E - last but not least - che i suoi interventi non vengano, mai, considerati e intesi dagli italiani come acritiche difese di personalità e di rappresentanti delle istituzioni, che la libera stampa ha il diritto di criticare, denunciandone i comportamenti non trasparenti, come prevede l'articolo 21 della Carta costituzionale.



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