Napolitano è l'uomo dell'anno. Ha anche le phisique du role
Di Giuseppe Baiocchi

Che sia "l'uomo dell'anno" è fuor di dubbio, visto che è stato il regista determinato e paziente del cambio di governo, dell'atterraggio morbido di una crisi politica, con il progressivo sfaldamento di una maggioranza parlamentare nel pieno di una tempesta economica che sconsigliava il fisiologico passaggio elettorale in un clima esasperato di conflitto bipolare.
Il protagonismo del Capo dello Stato emerge quasi naturalmente nel deficit del primato della politica e del ruolo del Parlamento. Che poi Giorgio Napolitano abbia saputo interpretarlo con misura e sagacia (e con qualche punta di imperiosa autorevolezza) è ampiamente dimostrato dal consenso insieme elitario e popolare che si è raccolto intorno a lui. Anche perché è apparso, vuoi per prestigio personale vuoi per "grazia di Stato", l'unico ancoraggio credibile e sostanzialmente condiviso di un Paese smarrito e litigioso, oltretutto nell'anno celebrativo dei 150 anni dell'Unità d'Italia, occasione nella quale ha speso tutto il suo capitale morale per rinsaldare un senso nazionale della "comunità di destino".
E pure, nel generale apprezzamento, sta vivendo il rischio di una controproducente "beatificazione in vita", quasi che il concerto uniforme di elogi e di piaggeria ne ottunda alla fine il ruolo delicatissimo di crocevia istituzionale. E forse il modo migliore per rendergli omaggio è quello di raccontarne la storia, se non si vuole ossificarlo nell'immagine di "bella statuina", come ha capito almeno il buon Crozza che riesce a riumanizzarlo con la sua bonaria satira e il tormentone con i corazzieri. D'altronde l'uomo ha sempre avuto un che di aristocratico, se non di regale. Fin dalla sua evidente somiglianza con Umberto di Savoia (del "re di maggio" si vociferò addirittura in anni lontani che fosse figlio illegittimo) e con quello stile molto "british" coltivato con cura e tipico della borghesia gentilizia partenopea.
Per Giuliano Ferrara (che l'aveva ben conosciuto dentro il vecchio PCI) il suo stemma doveva essere "un coniglio bianco in campo bianco" a significarne lo scarso coraggio pubblico. Non gli perdonava la cautela (fino ai limiti dell'ignavia) con cui aveva guidato l'ala "migliorista" del partito dopo la scomparsa di Amendola e il rifiuto dell'aperto conflitto ideologico con le correnti più sovietiche. Però la vicenda e anche il successo di Napolitano si sono manifestati sempre nella sensibilità internazionale. A lungo alla testa della "sezione Esteri" del partito, divenne il solo comunista italiano ammesso negli Stati Uniti, se non "l'unico amico comunista" di Henry Kissinger nell'epoca della guerra fredda.
E l'antica attenzione al quadro internazionale (compresi i diversi mandati all'Europarlamento) ne ha fatto nel tempo interlocutore in inglese rispettato all'estero e quindi credibile a rappresentare il Paese agli occhi del mondo. Così, con un di più di puntiglio (e curato fino alla pignoleria e un pizzico di permalosità) da Presidente della Repubblica ha avuto lo spazio di manovra e l'autorevolezza indiscussa per pilotare la complessa e inedita crisi politica sfruttando al massimo le prerogative costituzionali e facendo della moral suasion un efficace surrogato del potere formale.
In fondo anche la Repubblica ha bisogno di un simil-sovrano nel quale il Paese possa riconoscersi. Certo il Presidente dimostra di avere persino le phisique du role, oltre alla sede e al fasto che circonda il Quirinale. Sull'apparato del quale ha già imposto in tempi non sospetti un graduale taglio delle spese all'insegna della sobrietà. Un segnale indubbiamente di esempio significativo: anche se per raggiungere il severo budget dell'omologa istituzione della Germania la strada è ancora molto lunga…


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