Bravo Montezemolo, in politica è l'ora del problem solving

Mercoledì, 23 dicembre 2009 - 11:30:00


Di Angelo Maria Perrino
 
Sull'orlo del baratro la classe dirigente ha un sussulto di saggezza e responsabilità e rinsavisce. Le parole affidate da Luca di Montezemolo ad Affaritaliani.it confermano e accelerano la svolta: riforme, riforme, riforme. Non si può passare la vita a ficcarsi le dita negli occhi, maggioranza contro opposizione, istituzioni contro istituzioni, le piazze contro i Palazzi, i giornali contro i giornali. Tutti contro tutti, badili e ventilatori alla mano, a schizzare melma a profusione, in un conflitto tanto becero quanto inconcludente che distrugge il Paese e divora tutta la classe dirigente. Ci vuole terzietà e senso dello Stato, civismo e responsabilità. Bisogna in questa fase mettere da parte quello che divide e far risaltare quello che unisce. Ci vuole tregua e disarmi. Anche unilaterali.

La lunga recessione è terminata. Segnali di ripresa si consolidano in buona parte del pianeta. Ma i giochi sporchi della finanza derivata lasciano aperti grandi buchi di bilancio e cospicue emergenze sociali. La stabilità delle finanze pubbliche di molti Paesi e di molti Stati è minacciata. Lo spettro dei default è tutt'altro che lontano. E l'Italia, come sa chiunque abbia consuetudine con i report macro-economici riservati, è tra i Paesi più a rischio. Abbiamo retto per miracolo, grazie al rigore del governo e in particolare del ministro dell'Economia Tremonti, che ha chiuso con severità i rubinetti della spesa. Ma nonostante questo il debito pubblico e il rapporto deficit-Pil sono inevitabilmente peggiorati. Ci vogliono manovre economiche e misure fiscali per recuperarlo. In un contesto di inflazione crescente che prelude a probabili strette sui tassi di interesse, un guaio per i Paesi più indebitati, come il nostro.

Dentro un'Europa divisa e seduta, dove l'autoreferenzialità quasi autarchica si coglie nel dato, più che eloquente, del crollo delle esportazioni (che sono invece ripartite nella bistrattata America di Obama), l'Italia deve reagire per non finire come la Grecia, la Spagna o alcune nazioni dell'Est europeo ex sovietico.
 
E allora è utile e opportuno che le menti più responsabili e lucide di entrambi gli schieramenti (si legga l'intervista rilasciata lunedì ad Affaritaliani.it da Luciano Violante che ha spiegato la sua piattaforma riformista da cui si potrebbe partire), l'alto magistrato, l'azione di equilibrio e la sagacia politica di Giorgio Napolitano, le voci più assennate ed esperte della politica (D'Alema) e quelle anche di successo dell'imprenditoria nazionale (vedi l'intervista ad Affaritaliani.it di Diego della Valle), premano per un approccio riformista e di buon senso da implementare nei palazzi romani e a cascata in tutt'Italia subito e con vigore.
 
E fa bene il nuovo segretario del Pd, Pierluigi Bersani, a non assecondare le sirene più tonitruanti dell'anti-berlusconismo militante e di maniera, sfidando il fuoco amico delle componenti interne più oltranziste e gli attacchi prevedibili di Repubblica e recuperando autonomia e sovranità di linea politica e di soggettività programmatica rispetto alla piazza e ai giornali.
 
Benefica fu quella statuetta di marmo del Duomo di Milano scagliata in una sera plumbea sul viso del premier, che rimarrà come il simbolo del punto di non ritorno oltre il quale c'è il burrone della chiusura e della violenza. Il simbolo della cattedrale, costruita con lo sforzo secolare degli uomini, come nella metafora che dà il titolo al bel libro di un altro bravo riformista, Enrico Letta.
 
Il futuro, nella gestione delle società complesse, è della mediazione. Visioni innovative, chiavi di lettura anche le più dialettiche e radicali devono, con senso della storia, accompagnarsi a grande pragmatismo e flessibilità operativa. Una volta si chiamava riformismo. Oggi mutuando il linguaggio aziendale si potrebbe definire problem solving. Di problemi ce ne sono molti, ci vogliono le soluzioni. Che richiamano la lucidità dei programmi e la forza e il consenso politico necessari per implementarli. Certo, il conflitto è il sale della democrazia. Ma ogni cosa a suo tempo. Di conflitti ve ne sono fin troppi. E di troppi conflitti si muore. Ora il pendolo della storia va verso la tregua e la mediazione. Diversamente sarà il baratro. Non solo per questa classe politica, non solo per questa classe dirigente nel suo complesso. Ma per il Paese.

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