Fini e la massoneria? Ecco tutta la verità

Giovedì, 8 luglio 2010 - 18:00:00

LO SPECIALE DI AFFARI

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Dopo l'intervista di Affaritaliani.it a Luigi Berlinguer sull'apertura dei massoni nel Pd, che ha scatenato una bufera (vedi box a lato), si torna a parlare di massoneria nel Palazzo. Ad accendere la miccia è Gustavo Selva che a Klaus Davi rivela: "Ho il sospetto di un qualche 'dialogo' tra Fini e la massoneria, ma, siccome non conosco a fondo il problema perché non me ne sono mai occupato, non vorrei esprimere giudizi radicali. Ho però il sospetto che ci sia qualche contiguità con la massoneria, dato che alcuni collaboratori di Fini, di cui si sta circondando, sono iscritti alle logge”. E alla domanda di Klaus Davi “Ma a chi si riferisce, scusi?”, Selva risponde: “I collaboratori più diretti: penso a Benedetto Della Vedova, non so se anche Granata… diciamo che c’è un dialogo”.

"Parla a vanvera. Ho querelato Selva. E' un matto. Se i rapporti tra Fini e la massoneria sono io direi che è fuori strada", spiega Benedetto Della Vedova ad Affaritaliani.it. "Non so niente di massoneria. Ho visto il Gran Maestro d'Oriente in tv e mi sembrava una persona per bene che dice cose intelligenti. Granata massone? Si è messo a ridere più di me".

Sulla tensioni tra Berlusconi e Fini Della Vedova non ha dubbi: "Bisogna parlare dei contenuti"

Ma neanche su un tema caldo come il ddl intercettazioni c'è l'accordo?
"Il Pdl deve avere l'intelligenza e il coraggio politico, anche mettendo in discussione alcune scelte fatte, di rimettere mano alla legge sulle intercettazioni come chiede Fini. E come vuole il buon senso. L'obiettivo è farne una legge migliore che non ci metta contro a 360° la magistratura e la stampa. Una legge più equilibrata giova a tutto il Pdl".

La convivenza è ancora possibile?
"Dipende dai contenuti. Il caso Brancher è stata un errore madornale anche di comunicazione. E alla fine si è fatta la scelta di buon senso di Fini. Che ha anche una posizione di buon senso sulle intercettazioni".

E se questa volta Fini non viene ascoltato?
"Io confido nelle modifiche, alla fine prevarrà il buon senso. E' nell'interesse di Berlusconi. Non può cacciarlo come il marito fa con la moglie".

Perché no? Berlusconi ha i numeri per farlo.
"La minoranza e la maggioranza andavano bene nel Pci degli anni 60. E' vero che nell'ufficio di Presidenza la maggioranza pensa che il ddl intercettazioni vada bene e la minoranza finiana che invece vada cambiato, ma bisogna anche tenere conto non solo dei numeri interni anche dell'opionion pubblica, dei profili costituzionali, dei profili istituzionali. Alla fine la leadership cioè Berlusconi sceglierà la posizione della minoranza perché è più conveniente per il partito e per il leader".

Ma le decisioni si prendono a maggioranza.
"La minoranza si può anche adeguare ma questo non vuole dire che ha torto".

Si parla di un Berlusconi pronto a uscire dal Pdl e di elezioni anticipate...
"E' letteratura".

Una previsione per il futuro?
"La legge intercettazioni verrà cambiata".

E il governo terrà?
"Scommetto sul fatto che il ddl intercettazioni verrà risolta nel modo migliore per il Pdl. Apportando robuste modifiche che non sono quelle del 'intercettati tutti' che fa rabbrividire. Modifiche di sostanza che agevoleranno il proseguo legislativo della norma. E toglieranno di mezzo le tensioni e lo scontro. A meno che qualcuno pensi di usare le forzatura del testo per andare a uno scontro con Fini".

Ovvero?
"Qualcuno nel Pdl. Sono fiducioso che Berlusconi non sceglierà questa via perchè sarebbe doppiamente negativa. Lo porterebbe a uno scontro in cui ha solo da perderci, e i sondaggi parlano chiaro. Senza i finiani il proseguo del governo sarebbe messo a rischio".

Dallo strapotere della Lega?
"Sì e non vedo alcun vantaggio".

Quindi esclude le elezioni anticipate.
"Non credo si possa andare sotto la finanziaria e con la crisi. Ma se così fosse allora siamo nel campo dell'azzardo dove tutto è possibile. Che in un partito ci sia una competizione di idee e rivalità è fisiologico. Nella stampa vicina al Cavaliere prevale questa paura della competizione di idee e personalità in un partito che vale il 35-40%. L'errore è considerare il confronto una patologia e non una fisilogia, un rischio e un pericolo e non un'opportunità".

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