Maroni controllerà il Carroccio. Ma la transizione sarà soft

Lunedì, 19 dicembre 2011 - 08:56:53


 

Maroni

Giuseppe Baiocchi


L'ostruzionismo parlamentare della Lega sulla manovra economica del "governo tecnico" aveva un sapore ilare e antico. La lunghissima seduta notturna, gli oltre duecento "ordini del giorno" presentati a Montecitorio tradivano la gioia quasi goliardica con cui i deputati padani riprendevano la libertà d'azione e la fantasia procedurale dopo anni di silenzio e di perbenismo nella gabbia della maggioranza. E lo scandalo manifestato dall'informazione dei "benpensanti" riportava rapidamente il Carroccio alla stagione insieme movimentista ed esaltante di quando era ritenuto "maledetto" e infrequentabile.

Ma, pur se conserva un gruppo dirigente ancora mediamente più giovane rispetto alle altre forze politiche, la Lega non può nascondersi il sentimento di disillusione e di disincanto che ha suscitato nel largo mondo del suo elettorato di opinione.  Che non può non rimproverare al partito di Bossi di non aver portato a compimento i tanti cambiamenti a lungo promessi nell'obiettivo dello "smontaggio" di uno Stato parassitario e oppressivo verso la grande platea dei ceti produttivi del Nord.

Tornare alle origini, all'essere considerati i "brutti, sporchi e cattivi" (come è sempre avvenuto nella Storia per tutti i rivoluzionari all'inizio della loro avventura) è insieme la via obbligata per ricuperare vitalità politica ed elaborare il lutto della sconfitta. C'è tuttavia un gigantesco problema di credibilità, quando si riprende a cavalcare a mani vuote nella prateria del consenso. Ma forse la Lega trova un'attenuante nel far notare come persino il "governo tecnico" sorretto dalla più ampia base parlamentare della repubblica e dall'incenso dei poteri forti e dell'intero sistema mediatico si arresti quasi impotente davanti a farmacie e tassisti e constati l'inattaccabilità delle sacche privilegiate e sprecone dell'amministrazione dove fluisce imperterrito il fiume inarrestabile della spesa pubblica.

Anche perché, a parte le "belle parole", non si intravede nessun altro di politicamente costituito e consolidato che si offra di rappresentare sul serio quei ceti medi produttivi in difficoltà, quella piccola e piccolissima borghesia impoverita del Nord, sulla quale sta per abbattersi il peso di quella "patrimoniale diffusa" che colpisce gli immobili di proprietà e i risparmi faticosamente costruiti. Non è un caso che ad appena un mese dal cambio di governo (ma sembra già passato pià di un anno) i sondaggi già segnalino le avanguardie di una redistribuzione del consenso nel medesimo "blocco sociale" del centro-destra, con il progressivo sfarinamento dei tanti feudi del corpaccione berlusconiano.

Così la Lega, pur acciaccata e molto meno seducente del recente passato, si riattesta nel crocevia movimentista dove può riprendere a fare il "suo mestiere", raffreddando la temperatura dei feroci conflitti di potere interni e aprendo il tempo fisiologico perché si manifesti senza scosse la naturale leadership  di Maroni, che sembra l'unico in grado di disporre di un orizzonte strategico condiviso progressivamente con il padre fondatore.

Con tutti i suoi limiti culturali, con la cattiva prova data di sé al governo nazionale (ma invece con un diffuso rispetto nella gestione degli enti territoriali) la Lega rischia, per l'assenza di tutti gli altri, di ridiventare "il meno peggio", se non "l'unico autobus che passa" quanto a rappresentanza di un nuovo, diverso e rassegnato, "rancore sociale". E' la sua condanna storica, ma anche la sua ragione di sopravvivenza. 

 



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