Parla Pierluigi Mantini, il deputato che si è preso del 'cretino' da Fassino. "Il Pd? Vizi antichi e poca innovazione. Troppo antiberlusconismo e dipietrismo. E D’Alfonso non mi convince"
Far uscire dai gangheri Piero Fassino non è difficile. Ma costringerlo a una piazzata in pieno Transatlantico poteva riuscire solo a Pierluigi Mantini, il deputato aquilano, da anni residente a Milano, nel cui collegio è stato eletto per la terza volta, avvocato e docente di diritto pubblico, le cui critiche alla politica del partito compaiono regolarmente sul suo sito (www.pierluigimantini.it), nei suoi libri (l’ultimo pubblicato si intitola “Buone regole per la casta”), e nei molti interventi e interviste che compaiono sui giornali. Per l’ultima intervista su Libero si è sentito dare del cretino dall’ex segretario dei Ds, al quale lui ha semplicemente risposto chiedendo un congresso dopo le elezioni in Sardegna. Pd/ Fassino infuriato con Mantini: "Hai rotto i coglioni"
Onorevole Mantini, la situazione del Pd è così difficile come la dipinge?
«Io da ulivista convinto ho molta comprensione per le difficoltà che accompagnano la crescita di un progetto importante e ambizioso come il Pd. Però dopo oltre un anno di esperienza devo constatare che si sono portati e riprodotti in questo partito molti antichi vizi e poche innovazioni, poco slancio etico, scarsa autorevolezza nella leadership».
Quali sono stati gli errori più gravi?
«Si sono fatti molti errori, ma i pricipali sono il ritorno a una tradizionale opposizione antiberlusconiana, basata sui no in un momento in cui occorrerebbe, con questa forte crisi internazionale, una più forte coesione, come invita a fare il Capo dello Stato. Poi c’è stato il vincolo scellerato con Di Pietro e col dipietrismo che ha portato ad accentuare questi caratteri e a frenare un’analisi nuova su ciò che sta avvenendo nell’economia, e sulle riforme necessarie per correggere le tante anomalie italiane: riforme sulla giustizia, sulle istituzioni, sulle infrastrutture, sulle trasformazioni del mondo del lavoro. C’è insomma una carenza di analisi e ci sono vecchi vizi. Anche sulla questione morale che ha attraversato l’Abruzzo in particolare».
Cosa contesta al Pd su questo aspetto?
«Nel Pd ci sono elementi del giustizialismo che non c’entrano nulla con la cultura della concorrenza, delle gare nelle opere e nei servizi, del merito, della separazione tra funzioni di indirizzio politico e gestione amministrativa tecnica e finanziaria che spetta all’amministratore professionale e di carriera».
Ritiene che il disastroso risultato abruzzese sia dipeso anche da questi vizi, oltre che dalle vicende giudiziarie?
«Sì, abbiamo registrato un preoccupante distacco del voto ex Margherita e moderato anche per via di questi errori di chiarezza. E la lezione Abruzzo è esemplare nel senso esattamente opposto di quello predicato da Di Pietro. A me poi non è piaciuto neanche il certificato medico di Luciano D’Alfonso».
In che senso?
«È una scelta sicuramente ambigua. E mi chiedo ancora come Lanfranco Tenaglia abbia potuto definirla una scelta di alto senso istituziomale. E mi chiedo anche quale sia il ruolo del commissario Massimo Brutti, e se è d’accordo con la scelta di D’Alfonso o se non è d’accordo e non è riuscito ad evitarla. Ma in questo caso qual è esattamente il suo ruolo?»
Torniamo alle alleanze. Vede un’intesa Udc-Pd nel prossimo futuro?
«Per fare un progetto forte non basta sommare le debolezze, occorre qualcosa in più, ma non c’è dubbio che la mia posizione, che ho definito dei democratici di centro nel Pd guarda con interesse all’Udc, e anche e sopratutto a reti sociali e professionali, alla cultura liberale, ai mondi che si rifanno alla dottrina cristiana, ai ceti più innovativi, per dar vita a un progetto nuovo autorevole, nazionale che può essere sperimentato già a partire dalle prossime elezioni amministrative. Le forme possono essere diverse ma la direzione di marcia deve essere coerente e univoca».
Intervista di Mantini al quotidiano regionale Il Centro



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