Scandalo Marra, dal Csm un tiro Mancino
Di Giuseppe Morello
Il caso di Alfonso Marra, il giudice che sarebbe stato sospinto da pressioni della P3 alla carica di Presidente della Corte d'Appello di Milano, fa emergere, più che in passato, una contraddizione ormai evidente che riguarda il Csm e che si profila come un vero paradosso tecnico-giuridico.
Proviamo a formularlo: è accettabile che lo stesso Csm che ha votato Marra e che è sospettato di aver subito pressioni dalla cosiddetta P3 possa non solo giudicare Marra, ma anche se stesso?
Il Presidente Napolitano ha infatti colto il problema e per questo, con un gesto inusuale ma quanto mai opportuno, l'altro giorno ha scritto una lettera al vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, bacchettandolo e chiedendo che a discutere il caso non sia questo Csm, ma quello che sarà eletto nei prossimi mesi, proprio perchè l'attuale Csm si ritroverebbe ad essere allo stesso tempo ladro e guardia. Napolitano ha così indicato pragmaticamente come procedere e di più non poteva fare, ma l'aporia del Csm rimane, anche se a discutere di questione morale sarà una consiliatura diversa con altri membri.
Questo perchè (e qui l'aporia si complica) da un lato il fatto che sia il Csm a giudicare i giudici e a governarli é garanzia di autonomia del potere giudiziario da altri poteri, ma dall'altro questa autonomia è degenerata in autarchia corporativa, che fa dei giudici una casta che risponde solo a se stessa e che con se stessa è molto poco severa e piuttosto indulgente. Non è un caso che siano rari i casi di provvedimenti disciplinari comminati dal Csm, che negli anni ha perdonato spessissimo condotte scandalose di diversi giudici.
Come si comporterà il Csm (questo o il prossimo) con il "collega" Marra e con i "colleghi" che obbedendo ad altre logiche lo hanno votato? É lecito sospettare che un qualche spirito di casta abbia il suo peso. Ma è impensabile che un paese civile e moderno funzioni e giudichi attraverso caste e corporazioni.



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