Libia, l'Italia non parteciperà ai bombardamenti

Venerdì, 15 aprile 2011 - 13:50:00

Gheddafi14

L'Italia non parteciperà ai bombardamenti in Libia. Silvio Berlusconi lo ha spiegato nel corso del Consiglio dei ministri. «Facciamo già abbastanza» ha detto il premier, sottolineando che l'impegno dell'Italia nel Paese del Raìs «è in linea con la risoluzione Onu». «Considerato la nostra posizione geografica ed il nostro passato coloniale, non sarebbe comprensibile un maggiore impegno» ha aggiunto il Cavaliere. La posizione dell'Italia che continua a dare il «massimo appoggio con le sue basi» ma non prevede un maggior impegno bellico nel paese - ha proseguito Berlusconi - «è stata capita e apprezzata dagli alleati». Il capo del governo ha anche ipotizzato una revisione complessiva della partecipazione italiana alle missioni internazionali, anche al di là del caso Libia, immaginando una riduzione di contingenti e numero di militari impegnati. Secondo quanto si apprende, il premier avrebbe sottolineato il grande impegno profuso, anche economico, nelle operazioni militari italiane all'estero. Ma di fronte all'emergenza immigrazione, che comporta anche costi ingenti per il Paese con l'applicazione del blocco navale e le operazioni di accoglienza, il premier avrebbe ventilato appunto l'ipotesi di ridurre la partecipazione italiana in alcune missioni molto impegnative dal punto di vista economico.

NAPOLITANO - Da Bratislava si aggiunge a quella del premier anche la voce del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha parlato nel corso di un pranzo offerto in suo onore dal presidente polacco Ivan Gasparovic. «Sotto le bandiere delle Nazioni Unite, della Nato o dell'Unione Europea, Italia e Slovacchia offrono un significativo contributo per la pace e la sicurezza nel mondo. Non illudiamoci - ha quindi aggiunto - di fare dei nostri confini una fortezza inespugnabile. Oggi le minacce e il contagio dell'instabilità non si arrestano ai vecchi confini. I nostri contingenti - sottolinea Napolitano - sono schierati nei Balcani, in Medio Oriente e in Afghanistan per promuovere e sostenere quei principi di pace e rispetto dei diritti umani che affratellano i nostri popoli. Sono questi medesimi valori - spiega - che hanno spinto l'Italia a raccogliere il grido di aiuto del popolo libico e che devono spronare l'Unione Europea tutta nel sostenere il percorso di sviluppo intrapreso dai Paesi del Mediterraneo meridionale e orientale».

In precedenza un intervento congiunto pubblicato sull'International Herald Tribune, su Le Figaro e sul Times di Londra, il presidente Usa Barack Obama, il premier britannico David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy scrivono intanto che Muammar Gheddafi non deve restare al potere in Libia e che lasciarlo continuare a governare «sarebbe un tradimento inconcepibile». «Fino a quando Gheddafi resterà al potere, la Nato ei suoi partner di coalizione devono proseguire le loro operazioni in modo da proteggere i civili e aumentare la pressione sul regime», spiegano i tre leader, sottolineando che i loro governi «sono uniti riguardo a quanto dovrà accadere» per porre fine alla crisi libica.

«Pur proseguendo le operazioni militari a protezione dei civili - scrivono Obama, Cameron e Sarkozy - guardiamo con determinazione al futuro» e «siamo convinti che il futuro ha in serbo tempi migliori per il popolo libico e un percorso che può essere forgiato al raggiungimento di questo obiettivo». I tre leader affermano quindi che, nonostante la no-fly zone autorizzata dalle Nazioni Unite per proteggere i civili, la popolazione in Libia «patisce ancora ogni giorno orrori terribili per mano di Gheddafi». «È impossibile immaginare un futuro per la Libia con Gheddafi al potere», ribadiscono Obama, Cameron e Sarkozy, rilevando che «è impossibile pensare che qualcuno che ha tentato di massacrare il suo popolo possa avere un ruolo nel futuro governo».

SIRIA: AMNISTIA NON PLACA PROTESTE, DECINE DI MIGLIAIA IN PIAZZA
Decine di migliaia di manifestanti sono tornati in piazza dopo la preghiera del venrdi' in varie citta' della Siria, nonostante la repressione degli ultimi giorni. Cortei contro il regine di Bashar Assad sono stato segnalati a Damasco, Deraa, Latakia, Homs, Banias, Deir al-Azur, Qamishli, e in alcune province remote del Paese. A Deraa, nel sud della Siria, epicentro della rivolta e teatro di una violente repressione, sono stati scanditi slogan come "la morte piuttosto che l'umiliazione", ha riferito un attivista dei diritti umani. A Qamishli in 5000 mila hanno marciato in solidarieta' con gli abitanti di Deraa e Banias, cita' dove piu' duro e' stato l'intervento delle forze di sicurezza. Anche a Homs, circa 4000 persone hanno manifestanto dopo la preghiera urlando slogan in favore della liberta', ha raccontato alla stampa un attivista. Centinaia in piazza anche a Latakia, la piu' importanti citta' portuale della Siria mentre a Damasco una cinquantina di dimostranti hanno lanciato sassi contro la polizia. Le proteste dimostrano che non e' bastata a placare la piazza l'amnistia concessa da Assad a quasi tutti i manifestasti arrestati nelle ultime settimane e l'emanazione del decreto presidenziale con il quale si annunciava la nascita del nuovo governo guidato da Adel Safar, ex ministro dell'Agricoltura. Ieri da piu' parti sono giunte accuse contro il regime di Assad: Human right watch ha denunciato l'uso sistematico della tortura contro i manifestanti arrestati nelle proteste, mentre l'amministrazione Usa ha accusato gli ayatollah iraniani di aiutare il regime a reprimere le manifestazioni. Nello scorso fine settimane, le forze di sicurezza avevano aperto il fuoco sui manifestanti in varie citta' del Paese, provocando almeno 30 vittime e decine di feriti. Dall'inizio della rivolta in Siria, sarebbero morte almeno 130 persone.
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