No all'autopsia sul corpo del Raìs. Ecco il video della cattura
"Abbiamo catturato Seif al-Islam Gheddafi a sud di Zliten". E' quanto ha annunciato Ali Ashawish, un miliziano del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) della citta' libica di Zliten alla tv satellitare 'al-Arabiya'. "Lo abbiamo preso ed è sotto le cure dei nostri medici - ha affermato - E' ferito in diverse parti del corpo. Dopo averlo curato gireremo un video e ve lo mostreremo".
Ma in serata è arrivata la smentita del Cnt di Zliten: "Non si hanno al momento notizie certe riguardo alla sorte di Saif al-Islam. Anzi le precedenti notizie sono false".
Il Consiglio nazionale di Transizione (Cnt) libico proclamerà ufficialmente la liberazione del paese domani, dopo che ieri e' stato catturato e ucciso l'ex leader libico, Muammar Gheddafi, e molti uomini della sua famiglia e del suo entourage. Lo ha annunciato la tv satellitare al-Jazeera, aggiungendo che nelle prossime ora il Cnt portera' a termine il trasferimento dei suoi quartier generali da Bengasi a Tripoli. Entro i prossimi 30 giorni, inoltre annuncera' un governo ad interim.
Oggi a Bruxelles è in programma il Consiglio Atlantico della Nato sulla missione in Libia. Gli ambasciatori dei Paesi membri dell'Alleanza dovranno decidere il futuro dell'operazione "Protezione unificata" che ha portato alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. L'operazione Nato in Libia puo' considerarsi conclusa, ora che Muammar Gheddafi e' morto e che l'intero paese e' sotto il controllo del Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt). A dichiararlo e' il ministro degli Esteri francese Alain Juppe'. 'Possiamo dire che l'operazione militare e' finita, che tutto il territorio libico e' ora nelle mani del Cnt e che il lavoro della Nato e' giunto a compimento', ha dichiarato Juppe' all'emittente radiofonica Europe 1.
Ieri, il convoglio sul quale fuggiva da sirte il colonnello libico con i suoi uomini è stato attaccato da un Mirage francese e da un drone americano Predator. L'ex dittatore libico è stato poi ucciso in uno scontro a fuoco dai rivoluzionari del Consiglio nazionale di transizione (Cnt).
Con la morte di Muammar Gheddafi, inizia una nuova era per la Libia. Ne è convinto il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, che lo ha detto oggi in una conferenza stampa ad Islamabad, la capitale del Pakistan. 'La morte del colonnello Gheddafi ha chiuso un capitolo drammatico della storia della Libia - ha detto la Clinton - ma segna anche l'inizio di una nuova era per il popolo libico. La nostra speranza è che la nuova democrazia voluta dai libici possa realizzarsi seriamente'.
La morte di Gheddafi sui media - Guarda la gallery
"L'Iran spera che con la fine dell'epoca buia della dittatura di Gheddafi, si spiani la strada a una nuova era politica, alla formazione di un governo nazionale e alla stabilita'". Cosi' il portavoce del ministero iraniano degli Esteri, Ramin Mehmanparast, ha commentato l'uccisione dell'ex leader libico Muammar Gheddafi. "Dopo questo incidente - ha detto, citato dall'agenzia ufficiale iraniana Irna - i paesi stranieri non avranno piu' scuse per interferire nelle questioni libiche e i libici potranno decidere del loro futuro politico".

Muammar Gheddafi a Tripoli in uno scatto degli anni 80Guarda la gallery
"Un grande combattente, un grande rivoluzionario, e ora un martire". Cosi' il presidente venezuelano Hugo Chavez ha descritto Muhammar Gheddafi dopo aver appreso la notizia della sua morte: "Purtroppo e' stata confermata la morte di Gheddafi. Lo hanno assassinato". Chavez ha poi lanciato un avvertimento agli Stati Uniti ed ai loro alleati: "questa storia in Libia sta appena iniziando, perche' li' c'e' un popolo, c'e' dignita'. L'impero americano non potra' dominare il mondo".
La strategia multilateralista di Barack Obama ha pagato, il risultato che Washington sperava all'inizio dell'intervento a marzo è arrivato: la Libia è libera. "Avete vinto la vostra rivoluzione", ha detto il presidente dalla Casa Bianca poche ore dopo la morte di Muammar Gheddafi. Ma per il paese nordafricano le difficoltà vere cominciano adesso, per costruire una democrazia al posto di una delle dittature più lunghe del pianeta. Nel giorno della fine del regime, per capire cosa c'è dopo il colonnello parliamo con due esperti: Bruce Jentleson, professore di scienze politiche alla Duke University e consigliere del dipartimento di Stato nei primi due anni della presidenza Obama, e Wayne White del Middle East Institute di Washington, ex diplomatico di lunga esperienza in Medio Oriente.
Il Rais morto e i ribelli in festa - Guarda la gallery
La stampa americana ha coniato una frase, "leading from behind", per spiegare la strategia della Casa Bianca: ma Obama non ha esattamente deciso di "condurre da dietro", avverte Jentleson. "Io direi piuttosto 'condurre per ottenere risultati' insieme agli altri. La Casa Bianca non era dietro, anzi ha avuto un ruolo di punta nel mettere insieme la coalizione. Significa che nel mondo di oggi gli Usa hanno un ruolo di mobilitazione sulla base di interessi condivisi. Non siamo andati in giro per capitali a dire come si doveva fare". Una scelta peraltro obbligata, secondo White: "Non è stata una strategia per scelta, ma un adattamento a cui è stato costretto Obama da un'opposizione fortissima dei repubblicani a qualunque altra possibilità". Alla testa della campagna ci sono state Francia e Gran Bretagna, ricorda White, che "chiedevano assistenza a gran voce", assistenza che gli Usa hanno fornito "con un certo rischio politico interno". Per gli Usa l'effetto positivo di questa scommessa vinta però non sarà di grande entità, secondo White: "Prima di tutto perché gli europei hanno avuto un ruolo più grande. E poi perché una volta che le cose si calmano la gente vede le città distrutte, le vittime negli ospedali, finisce l'ubriacatura. L'effetto positivo non dura".
La strategia multilateralista di Barack Obama ha pagato, il risultato che Washington sperava all'inizio dell'intervento a marzo è arrivato: la Libia è libera. "Avete vinto la vostra rivoluzione", ha detto il presidente dalla Casa Bianca poche ore dopo la morte di Muammar Gheddafi. Ma per il paese nordafricano le difficoltà vere cominciano adesso, per costruire una democrazia al posto di una delle dittature più lunghe del pianeta. Nel giorno della fine del regime, per capire cosa c'è dopo il colonnello parliamo con due esperti: Bruce Jentleson, professore di scienze politiche alla Duke University e consigliere del dipartimento di Stato nei primi due anni della presidenza Obama, e Wayne White del Middle East Institute di Washington, ex diplomatico di lunga esperienza in Medio Oriente.
La stampa americana ha coniato una frase, "leading from behind", per spiegare la strategia della Casa Bianca: ma Obama non ha esattamente deciso di "condurre da dietro", avverte Jentleson. "Io direi piuttosto 'condurre per ottenere risultati' insieme agli altri. La Casa Bianca non era dietro, anzi ha avuto un ruolo di punta nel mettere insieme la coalizione. Significa che nel mondo di oggi gli Usa hanno un ruolo di mobilitazione sulla base di interessi condivisi. Non siamo andati in giro per capitali a dire come si doveva fare". Una scelta peraltro obbligata, secondo White: "Non è stata una strategia per scelta, ma un adattamento a cui è stato costretto Obama da un'opposizione fortissima dei repubblicani a qualunque altra possibilità". Alla testa della campagna ci sono state Francia e Gran Bretagna, ricorda White, che "chiedevano assistenza a gran voce", assistenza che gli Usa hanno fornito "con un certo rischio politico interno". Per gli Usa l'effetto positivo di questa scommessa vinta però non sarà di grande entità, secondo White: "Prima di tutto perché gli europei hanno avuto un ruolo più grande. E poi perché una volta che le cose si calmano la gente vede le città distrutte, le vittime negli ospedali, finisce l'ubriacatura. L'effetto positivo non dura". I problemi della Libia cominciano adesso, avverte Jentleson: "Nella storia non c'è un solo paese che abbia avuto una transizione morbida alla democrazia, sarà un percorso con molti alti e bassi. Nel migliore dei casi, francamente, sarà molto difficile. E per un bel pezzo".
Poi c'è il rischio che le cancellerie occidentali temono di più, quello di un arrivo al potere a Tripoli di partiti islamici radicali. Ma non tutti i partiti islamici sono uguali, dice il politologo della Duke University: "La grande sfida per gli Usa e l'Europe è differenziare tra le forme antagoniste dell'Islam politico e quelle no. Se ci si oppone alla forma moderata si rischia molto di più di ritrovarsi con quella estremista". L'antidoto è semplice, basta non avere "una politica di no assoluto all'Islam politico". Perché altrimenti, "se i moderati non trovano terreno perdono credibilità e i violenti prendono il sopravvento". Da tenere presente secondo White la anche grande frammentazione della società libica: "Il destino stesso del corpo di Gheddafi dice bene com'è frammentato lo stato. Lo hanno portato nella capitale a Tripoli? No, a Misurata, la città più eroica della resistenza. Chiaro che chiederà un grande ruolo nel governo del paese".
E allora cosa può fare l'Occidente? Una possibilità è appoggiare i moderati, come suggerisce Jentleson. Poi c'è l'economia, e la necessità di un governo che possa portare a una "normalità che sotto Gheddafi non c'è mai stata", ricorda White. E' lì, secondo l'ex diplomatico, che si gioca tutto il futuro della Libia: "L'unico strumento a disposizione è fare tutto il possibile per aiutare il Cnt a funzionare in termini di governance efficace, di medicina, di ricostruzione. Un modo possibile è di far passare tutti i contratti per il Cnt, mettendolo in una posizione guida".
All'orizzonte c'è poi la Siria, l'altro paese dove la primavera araba e la repressione fanno temere una conflagrazione e la necessità di un intervento. Ma "la situazione non è comparabile", dice Jentleson, "penso che potremmo arrivare a un punto in cui gli interessi economici siriani capiscono che tenere al potere Assad non è conveniente". E se si arrivasse a un'operazione militare occidentale? Davvero difficile, secondo White, che di Damasco si è occupato al dipartimento di Stato: "La Libia aveva un esercito in condizioni pessime, Gheddafi lo teneva debole apposta. La Siria è un'altra cosa, ha le forze armate più formidabili del Medio Oriente dopo forse Israele e Iran. Gli Sati Uniti dovrebbero intervenire massicciamente. Ma nessuno pensa a una cosa del genere".


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