"Il nuovo Pdl rinasca dall'antipolitica costruttiva e propositiva"

Venerdì, 16 settembre 2011 - 19:30:00

Caro Segretario,

negli ultimi mesi le idee, le proposte e gli scontri, così come anche le proteste anti-casta si sono intrecciate da destra a sinistra. Uno scenario fitto e ingarbugliato dove tutti dicono la propria senza riuscire a venirne a capo. Dall’altra parte ormai simbolo di ogni autunno è la piazza, che sempre più incalza, si scalda e grida vendetta. Dopo anni siamo arrivati al bivio. Logico è domandarsi: piazza e antipolitica contribuiranno al vero rinnovamento della politica? Un interrogativo non da poco conto considerato che intellettuali, opinionisti e politici abituati a dettare le linee guida, non riescono a venirne a capo. Di piazze ne abbiamo viste parecchie, ad iniziare da quella portatrice di idee, fino a quella becera e qualunquista. La prima in parte organizzata fatta di bandiere, di cori, di lavoratori, operai, braccianti e studenti. La seconda di parolacce, di lazzi, rozza e maleducata capace di scatenare gli istinti peggiori.

La mescolanza spesso singolare e non sempre simmetrica delle due piazze ha fatto avanzare nella coscienza dei cittadini un sentimento di avversione verso la politica e verso i partiti politici, portando a un risultato finale, di sfida che è: ll’antipolitica. Per indole da sempre insegue il leit-motiv della protesta dei cittadini, dalla critica al sistema, ai governi e ai privilegi della politica e dei politici. Dalle macchine blu, ai vitalizi, alle indennità, agli sprechi, eccetera. Pochi o quasi nessuno considerano l’antipolitica come una ribellione dal basso, positiva, costruttiva e propositiva inscenata per riempire il buco lasciato dalla politica. Una manifestazione di volontà e di partecipazione al dibattito del popolo a cui si presuppone una richiesta ben precisa, una diversa concezione della politica: più democratica e partecipativa. E nello stesso tempo con più qualità e più rapida nel decidere. Un percorso ancora tutto da inventare se consideriamo che lo strappo del ’92 dove l’affarismo e del clientarismo la facevano da padroni e la fase di transizione tra la Prima e la Seconda Repubblica a tutt’oggi non appare del tutto completata.

È questa la critica che negli ultimi anni può essere mossa ai partiti politici in generale e per quanto ci riguarda da vicino nei confronti del Popolo della Libertà. Doveva essere un partito di popolo, ha prevalso una sorta di miopia dilagante, che anziché guadagnare in energia rivoluzionaria con l’aumentare della forza, dei consensi e della sua compagine politica, e di attuare il cosiddetto riformismo sociale una sorta di volontà riformatrice che determina il giusto dinamismo per far fronte a tutta una serie di problematiche che attanagliano il Paese, ha presentato un fenomeno e un risultato esattamente inverso. Le lotte intestine interne, non possono essere nascoste, la fuoriuscita di Fini e i localismi, spesso hanno provocato la completa stasi nelle decisioni, elementi che generano sfiducia nell’opinione pubblica e nell’elettorato.

Il momento non è più rimandabile, occorre uscire dal guscio protettivo divenuto fragile, affinché si passi definitivamente all’abbandono di quello che troppo tempo è stata l’idea dell'élite gestionale. Il superamento dell’elitismo è divenuto prioritario, questo è possibile attraverso una classe politica pronta ad accogliere in sé nuovi elementi, e intercettandone altri, condividendo insieme, entusiasmo, valori, passione, desiderio e determinazione. Uniti per infrangere la barriera del cinismo più sfrenato, contro l’odio e la rinuncia. Altrimenti presto è detto. Un partito che non è capace di fare questo salto, esaltando le qualità di ognuno, intercettando e dando risposte strategiche per il futuro e al sistema Italia, e, viceversa, si arrocca a difendere la sopravvivenza dell'organizzazione, e non la realizzazione del suo programma, è destinato al fallimento. Un partito che perde di sensibilità verso le naturali richieste che arrivano dalla società, all’interno della quale ogni donna e ogni uomo abbiano le medesime possibilità, e in cui possano essere valutati esclusivamente in base al loro reale valore, secondo quel sano principio meritocratico, senza alcun pregiudizio o discriminazione, ponendo l’attenzione ai nuovi diritti e alle nuove libertà, alla modernizzazione inclusiva, ai diritti dell’individuo visto non più solo come utente, consumatore o lavoratore bensì Persona, è destinato al tracollo.

Una critica decennale che non si può imputare alla sola distinzione tra una maggioranza disorganizzata e cioè alla piazza che protesta e fa rumore, e a una minoranza organizzata, l’élite che dirige, quanto al fatto che non si riesce a guardare al problema dei problemi: la selezione della classe dirigente. Di conseguenza, una nuova classe politica che abbia la coscienza di tenere presente dell’antipolitica positiva e propositiva e trasformarla in opportunità. Per fare questo occorre un partito veloce e moderno al passo con i tempi, snello e territoriale, comunitario, e tradizionale, una casa aperta a tutti i moderati. Un partito che abbia delle regole di etica, di organizzazione, che non devono essere per forza il proseguimento del principio minoritario o di gruppo minoritario secondo il quale Potere significa: Essere sempre in mano a una minoranza organizzata; perché da qui il passo è breve verso la trasformazione in un apparato oligarchico.

Il punto è nella necessità di seguire quelle che sono i veri principi di convivenza, democratici e partecipati, e nello stesso tempo chiari ed efficaci: fondamentali per gli iscritti che hanno il diritto di sentirsi al centro della vita di partito, e nelle scelte che esso fa; il confronto non deve essere temuto ma cercato. I congressi sono divenuti imprescindibili per la crescita e per la vita di un partito. Congressi, primarie e una nuova legge elettorale per riformare la politica, dove ad ogni livello si possa scegliere i propri rappresentati. Questa potrebbe essere la via giusta. Un’autoriforma che deve far attenzione a non rimanere ingabbiata alle vecchie regole del passato, un trascorso succube a quanti erano pronti a sbandierare l’appartenenza all’élite, che con prepotenza sfacciata dava sfocio a una sorta di gara a chi più tessere detenevano per la conquista del primato o della leadership. Questo dovrà appartenere al passato e a un vissuto, un trascorso romantico che è opportuno dimenticare.

Il mondo è cambiato i partiti e la politica rischiano di no! Sono indispensabili le idee e i progetti finalizzati non solo alla crescita interna, ma servono anche per riproporsi con un’altra veste con un’altra visione, essenziale per riaprire il dibattito con gli storici alleati della Casa delle Libertà prima e del Popolo delle Libertà dopo. Un partito finalmente aperto con un coinvolgimento più diretto della polis nelle scelte, il vero valore aggiunto. Altrimenti da qui a pochi anni c’è rischio che si trasformarsi in un contenitore vuoto fine a se stesso, con la consapevolezza di innescare faide per la conquista del controllo, tipiche di una regia neppure tanto occulta del correntismo. Segretario, la base crede in questo rinnovamento. Noi siamo pronti a giocare la partita fino in fondo e a vincerla, per questo lavoriamo per il rilancio del Popolo della Libertà.

Il compito più duro spetta e te per dare un anima nuova al movimento, un soggetto politico che dovrà rivolgersi a tutti, completamente diverso dai vecchi partiti dominati dalle nomenklature e contro le correnti e il ritorno delle vecchie liturgie autoreferenziali che furono una delle cause della disgregazione del sistema partitico della Prima Repubblica. Questo è il mio, il nostro auspicio e spero anche il Suo!

Con affetto e stima.

Dott. Vincenzo Tanzi

Vicecoordinatore Vicario Pdl Udine

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