L'ermo Colle di Napolitano
Di Pietro Mancini
Qualche osservatore ha giudicato irrituale e preoccupante, in primis per Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, la convocazione e l'incontro di martedi', al Quirinale, dei presidenti del Senato e della Camera,a paziente, per così dire, cioè a governo, se non perfettamente in forma, comunque ancora vivo e in carica. Con Napolitano, per un'ora, hanno parlato i numeri uno delle assemblee parlamentari, certo, ma anche il leader di un partito, il FLI, che sta lavorando alacremente, da mesi, dopo l'uscita, traumatica, dal PDL, per la crisi del governo e le dimissioni del premier. Tira aria di ribaltone, dalle parti del Colle più alto di Roma? Lo verificheremo nei prossimi giorni, noi osservatori. E, soprattutto, saranno gli italiani a giudicare, con attenzione, la linea di Giorgio Napolitano, che auspichiamo equilibrata, imparziale e "terza", come direbbe Paolino Mieli. Valutando quanto ha detto e ha fatto, sinora, il Capo dello Stato, dal 2006 in poi, fossimo nei panni del Cavaliere, del senatùr e dei loro più stretti collaboratori, saremmo molto vigili e attenti e un po' preoccupati. In precedenti situazioni, tutt'altro che facili, per il governo, Giorgio Napolitano ha esternato a ruota libera. L' Uomo del Colle parlò del dolore e della vita, nei giorni drammatici del "caso Englaro" , bocciando il decreto dell'esecutivo, ispirato dal tentativo di non staccare la spina delle macchine, che stavano prolungando l' esistenza della povera Eluana che, qualche giorno dopo passò, purtroppo, a miglior vita. Nei mesi successivi,il Capo dello Stato fece sentire la sua voce sul "lodo Alfano" . E fu una voce non favorevole alla maggioranza sull'introduzione dello scudo per le più alte cariche dello Stato, anche se Napolitano tenne poi a rivendicare la sua imparzialità e la sua estraneità al "niet" della maggioranza della Consulta a quel discusso, ma legittimo, provvedimento.
Nesuno contesta, ovviamente, al Presidente della Repubblica il diritto di intervenire sulle questioni di competenza, in un Paese normale, del governo e del Parlamento. Ma dovrebbe farlo, nell'ambito del suo ruolo istituzionale, senza ostacolare, talvoltapreventivamente, le decisioni dell'esecutivo e degli eletti dal popolo. E, last but not least, l' ex autorevole dirigente del PCI di Togliatti - dove vigeva l'assoluta obbedienza al leader staliniano - il Presidente dovrebbe muoversi, nel recinto dei paletti, fissati dalla tanto celebrata, ma non intoccabile, Costituzione. Invece, Napolitano non si è limitato a verificare se le leggi, approvate dal Parlamento, fossero corrette, dal punto di vista della copertura finanziaria. Le ha esaminate in fase di preparazione e stesura. E ha indirizzato, consigliato, bacchettato, sollecitato provvedimenti e nomine di ministri. Il ruolo dell'inquilino, pro-tempore, del Quirinale si è espanso. E le sue sosrtite sono talmente numerose, che se n'è perso il conto e, talvolta, il senso. Quanti, commentatori e politici, massacrarono Francesco Cossiga per le sue picconate, hanno taciuto sulle interferenze, politiche, del gentiluomo partenopeo in campi non di sua pertinenza.
E i primi ad applaudire Napolitano e a utilizzare molte sue esternazioni, come arme improprie contro l'odiato Cavaliere, sono i capi e i capetti del centrosinistra, privi di una line autonoma e all'affannosa ricerca di un nuovo leader, o di un "Papa straniero", secondo l' auspicio della corazzata editoriale di Carlo de Benedetti. E se nessuno si sogna di pretendere da Napolitano la rinuncia alle sue, legittime, simpatie, politiche, per lo schieramento, che lo ha portato nel 2006 a succedere a Ciampi, tuttavia, egli dovrebbe tener conto - cosa che non fece Scalfaro, nel corso del suo, non rimpianto, settennato - anche degli orientamenti della maggioranza degli elettori, espressi nelle urne delle elezioni politiche non un un secolo fa, ma nel 2008. E, anche, della chiara linea dei partiti che, da quel voto, furono designati a governare il Paese: conferma dell' esecutivo Berlusconi, oppure riapertura delle "gabine" elettorali, di bossiana memoria. "Niet" ribaltone e "niet" governicchio tecnico, per la cui nascita lavorano quei partiti e quegli esponenti, che temono le previste, e non immeritate, batoste.



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