Lazio/ Ecco che cosa sta succedendo con l'esclusione del Pdl
Di FABIO CAROSI
ROMA – Tecnicamente la chiamano “convergenza”, oppure “riorientamento”. In pratica è il commercio dei voti. Anzi, delle preferenze.
Benevenuti nella Capitale del commercio elettorale, la città dove i “capibastone” (uomini e donne che controllano i voti) da sempre negoziano “crocette” in cambio di denaro o buoni benzina, una valuta tornata in auge col caro greggio.
In esclusiva e non senza qualche rischio, Affaritaliani.it ha contattato proprio un “capobastone” una sorta di agente di borsa “all’amatriciana” che colloca preferenze al miglior acquirente. Il borsino elettorale è un “ristretto” al quale accedono in pochi e che negli ultimi giorni è in fermento. Per colpa della mancata ammissione della lista Pdl alla provincia di Roma, ha un sussulto con il caro voto in fluttuazione e una crescita delle contrattazioni. Va da sé che nessuno dei candidati è coinvolto: i fatti che stiamo per raccontare sono la confessione di mercante di voti che ha accettato di raccontare metodi e prezzi in cambio dell’anonimato.
Partiamo dal teorema che vede il caro voto attestarsi su circa 100 euro a voto. Tanto vale, infatti, la campagna elettorale, nel senso che i candidati più attivi spendono questa cifra per strappare il consenso, uno ad uno, mediante le classiche cene elettorali, i manifesti e gli incontri. Chi punta ad almeno 5 mila voti, dovrà mettere sul piatto almeno 50 mila euro, e così via.
Al borsino di oggi, 10 marzo, il giorno dopo il secondo no alla lista provinciale Pdl, il “capobastone” ha quotato due pacchetti: il voto di preferenza singolo, quello che aiuta alcune famiglie ad arrivare alla fine del mese e quello di alcuni degli esclusi pronti, secondo le indiscrezioni, a “riorientare” i voti certi, molto per rientrare delle spese elettorali già sostenute un po’ meno per continuare a sostenere la coalizione. Le regole del borsino sono chiare: chi vende deve indicare oltre al numero dei voti, anche il seggio e la sezione. Al resto penserà il comitato che dà un acconto pari al 50 per cento e il saldo a scrutinio avvenuto, dopo le opportune verifiche incrociate. Il segreto per non rimanere impantanati nelle difficili operazioni per accertarsi che l’operazione sia andata a buon fine è di giocare su diversi seggi, con pacchetti che non superino mai le 50 preferenze.
La vendita individuale non è cosa nuova. Era di prammatica nella Prima Repubblica, al tempo in cui i socialisti e i democristiani controllavano tessere e tesserati, lo è di nuovo da quando è stato acclarato che era oggetto di compravendita anche fasulla e anche da quando le preferenze sono diventate la sostituzione naturale dei congressi. Chi più voti prende, conterà di più nella prossima legislatura regionale. E se nel Centrodestra, che ha acceso lumini e prega davanti alla foto della sede del Consiglio di Stato per la riammissione, c’è chi punta a rientrare di qualche euro e chi a trovarsi un candidato minore a cui garantire l’elezione per poi essere comunque presente, nel Centrosinistra dilaniato dalla vicenda Marrazzo e dall’uscita di Rutelli, vale come un congresso.
Ecco perché il “capobastone” si frega le mani: “Sono giorni importanti – confessa con ghigno satanico – oggi si vende bene il voto singolo mentre quello riorientato, se la Pdl resta fuori, vale meno. Senza i candidati storici il quorum si abbassa e poi la trasferibilità vale un terzo”. Sarà per questo che molti candidati storici, come quelli ad esempio nella lista Pdl esclusa, stanno tessendo strategie e negoziati per cedere voti.
E cita l’esempio delle precedenti elezioni, quelle che hanno portato Gianni Alemanno a diventare sindaco: “Provate a chiedervi perché un quartiere povero come Tor Bella Monaca abbia avuto un altissimo numero di preferenze. Semplice, lì ogni famiglia si è venduta i voti in cambio di denaro o buoni benzina, scrivendo su un foglio seggi e sezioni. E tutti sono stati pagati. Ai Parioli è più difficile ma lì puntiamo tutto sugli anziani. A chi non fanno comodo 3-400 euro a famiglia?”.



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