La politica nel pallone

Mercoledì, 15 dicembre 2010 - 15:52:00


Di Giuseppe Morello

Ieri in giro per la città tutti si davano la voce. Fino all’una e mezza ho incontrato una quindicina di persone: tutte sapevano del voto all’ora di pranzo, in qualche modo lo aspettavano, ne volevano parlare. E tutti, forti dei loro pronostici, o si erano organizzati o si rammaricavano di non poter seguire l’ora X, per esultare o per inveire. Non fosse stato per il freddo, sembrava uno di quei pomeriggi di luglio, quando ci sono i Mondiali e tutti sanno che in serata ci sarà la Nazionale. Uno mi ha detto che non segue di solito la politica ma questa storia della fiducia dall’esito incerto lo aveva catturato. Attorno alle sorti del governo del paese c’era ieri, nel paese stesso, un’attesa agonistica, da finalissima dei mondiali di calcio di tutti i tempi. E chi si è perso la partita, si è informato prima possibile del risultato o si affrettava a informare gli altri. E con cotante premesse il seguito non poteva essere che calcistico. Passata la fiducia c’erano i tifosi dei vincitori, gli sconfitti, quelli che – esattamente come nel calcio – minimizzavano la sconfitta o enfatizzavano la vittoria. Un dopo partita replicato con lo stesso schema da Vespa, da Matrix, a Ballarò, a Tg3 Linea notte. Chi ha vinto? Chi ha perso? Il governo regge? Il campionato è chiuso? Berlusconi migliore in campo, Fini delude.

Ovunque la stessa atmosfera da Domenica Sportiva, da arena riempita direttamente con il riflusso della folla in uscita dallo stadio, con gli opinionisti equamente rappresentativi delle tifoserie a ricommentare il voto sul filo del fuorigioco di Catia Polidori, la fiducia viziata dal fallo di mano di Moffa, una vittoria con gol al 94esimo, Calearo che sigilla la vittoria con le squadre ormai negli spogliatoi. L’impressione è che in molti italiani si sia risvegliato un minimo di interesse politico solo di fronte alla disfida finale, alla resa dei conti, al duello all’ultimo voto come nei western. Svuotata di ogni contenuto la politica diventa interessante solo se si offre come contesa numerica, redde rationem, scontro con vinti e vincitori, match point. Sul campo si affrontano tifoserie intestardite e un po’ ottuse, mentre la politica è evaporata nell’iperuranio, lasciando sul fondo della pentola un’opposizione inesistente a un governo immaginario. La nostra scena politica è il parto di uno scrittore fantasy. 

Non so se sia questo quel genio italiano che gli stranieri ci riconoscono e che noi non comprendiamo appieno. La capacità di degradare in commedia grottesca qualunque cosa, anche lo scontro frontale tra maggioranza e opposizione concentrato in un solo voto, testa o croce. E poi via al bar a commentare. Se ci pensate, un paese che nella sua quasi interezza, classi dirigenti ed elettori, riesce a ridurre una crisi politica seria (nel bel mezzo di una crisi economica epocale), a partita di pallone, a Juve-Milan, a noi contro voi, o è folle o è geniale. Non so cosa sia peggio.

giuseppe.morello@affaritaliani.it

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