La Siria scivola verso il baratro iracheno
Di Abd al-Bari Atwan

La guerra civile settaria ha cominciato ad aggravarsi in Siria, mentre viene eroso sempre più il prestigio del regime assieme al suo controllo di alcune zone della capitale Damasco, e di altre provincie come Homs, Hama, Idlib, ecc.
E così come nessun politologo o intellettuale ha saputo prevedere lo scoppio delle rivoluzioni della rabbia popolare contro i regimi dittatoriali, sfido chiunque fra essi, o fra coloro che dietro di essi si nascondono, a definire o a predire ciò che potrà accadere in Siria fra uno o due anni, o anche soltanto fra un mese.
Quando gruppi alawiti fedeli al regime attaccano un quartiere - Karm el-Zeitun (ad Homs ) - e massacrano una famiglia di 14 persone, tra cui 5 bambini il più piccolo dei quali non aveva più di otto mesi, non possiamo escludere che gruppi affiliati alla comunità sunnita non attaccheranno i quartieri alawiti allo scopo di uccidere alcuni dei loro abitanti per vendetta.
Dopo decenni di convivenza all'ombra dell'oppressione, della confisca delle libertà, della violazione dei diritti umani e dell'infiltrazione nella società degli apparati di sicurezza del regime, ecco che assistiamo alla disintegrazione del patto sociale siriano, e vediamo calare il sipario su un concetto rapidamente estintosi, il cui nome è "unità nazionale". Poiché la pazienza ha un limite, così come la capacità di sopportazione.
La Siria scivola verso il baratro iracheno, dal momento che si sta logorando l'identità nazionale collettiva a favore di identità settarie, confessionali ed etniche. Così come l'uomo forte dell'Iraq, il primo ministro Nuri al-Maliki, afferma di essere in primo luogo sciita e in secondo luogo iracheno, anteponendo cioè l'appartenenza settaria a quella nazionale, in un prossimo futuro vedremo i siriani presentarsi allo stesso modo, anteponendo la fedeltà alla setta ed alla confessione religiosa alla fedeltà nei confronti della patria.
Siamo onesti, e riconosciamo che la spaccatura settaria in Siria si sta allargando con una rapidità stupefacente, e che sia il regime che l'opposizione stanno giocando un ruolo importante in questa catastrofe, e ne condividono la piena responsabilità - con il contributo di forze straniere, prima fra tutte le Lega Araba.
Non voglio mettere sullo stesso piano il regime e l'opposizione, e del resto non potrei, poiché la responsabilità maggiore ricade sulle spalle del regime il quale ha spinto il paese in questo abisso senza fondo con la sua caparbietà, la sua arroganza e la sua ostinazione a barricarsi dietro sanguinose soluzioni securitarie ritenendo che, grazie alla sua forza di fronte ad un popolo debole e inerme, avrebbe potuto riportare indietro le lancette della storia, e illudendosi che ciò che andò bene nel 1982, quando il regime soffocò la rivolta di Hama, sarebbe andato bene anche trent'anni dopo.

Perderemo la Siria come abbiamo perso l'Iraq, e come stiamo perdendo la Libia, cosicché nel prossimo futuro la maggior parte dei paesi arabi potrebbero essere degli "Stati falliti" in cui regna il caos - il caos delle armi, il caos settario e confessionale, il caos della frammentazione e della disintegrazione geografica.
Il reciproco scambio di accuse, che impedisce di vedere questo futuro catastrofico, è una fuga dalle responsabilità, un volersi sottrarre alle sue conseguenze, ed anzi una vera e propria complicità con questo piano criminale che vuole frammentarci come nazione e come figli di un'unica fede, anteponendo i rancori e la propensione alla vendetta alla ragione ed alla lungimiranza.
Siamo una nazione priva di uomini saggi - lo dico con tutta l'amarezza e il rammarico possibili - e laddove ne abbiamo, essi non godono di prestigio né di rispetto. Laddove essi esistono realmente e vogliono pronunciare una parola di verità, sono pronte per loro le accuse di tradimento, di essere agenti del nemico, di propendere per questa o quell'altra parte, e si affilano le spade contro di loro.
La Russia, quando erige barricate a difesa del regime siriano e ricorre al veto per impedire l'imposizione di sanzioni economiche contro di esso, non lo fa partendo da una posizione di principio, bensì dai propri interessi strategici, e con lo scopo di alzare il prezzo delle sue richieste. Qualora le verrà corrisposto il prezzo adeguato, in questa contrattazione alle nostre spalle nel "mercato mondiale degli schiavi", Mosca venderà la Siria e il suo regime come ha già fatto con il regime iracheno e con quello libico.
Dal canto loro gli Stati Uniti, quando adottano e sostengono l'iniziativa della Lega Araba, non lo fanno per far vincere la legittima rivoluzione popolare siriana, ma per far vincere Israele e il suo eterno progetto di umiliazione della nazione araba, e per facilitare la dominazione americana sulle ricchezze della regione.
Il regime siriano è un regime criminale che ha commesso e continua a commettere i peggiori massacri ai danni del suo popolo in rivolta contro l'ingiustizia, l'oppressione e la corruzione - lo diciamo a tutti coloro che hanno cavalcato tardivamente l'ondata rivoluzionaria cercando di appropriarsi dei suoi martiri, noi che ci siamo opposti a questo regime fin dai tempi del suo principale padrino, Hafez al-Assad, ed a causa di ciò abbiamo subito minacce, veti e interdizioni. Ma ciò che ci interessa oggi è salvare la Siria, non il regime; salvarla da una sanguinosa guerra civile, dalla frammentazione geografica e dallo smembramento in staterelli in lotta fra loro.
Se il presidente Bashar al-Assad amasse davvero la Siria, dovrebbe fare concessioni reali al suo popolo - od alla sua componente in rivolta - e confermare la propria seria determinazione a questo proposito. Egli dovrebbe ricordarsi che i giorni della persecuzione, della corruzione e dell'intimidazione dei cittadini siriani per mano dei suoi servizi di intelligence sono ormai trascorsi e non possono più tornare. A partire da oggi, nessun controllo da parte di questo o quel ramo di tali apparati, nessuna tortura in qualche sotterraneo lordo del sangue delle vittime. Dal canto suo, l'opposizione in tutte le sue componenti deve essere un po' più umile, e smettere di minacciare di fare ricorso all'aiuto straniero.
La Lega Araba, che è sempre stata incapace di sostenere le questioni cruciali della nazione araba di fronte alla potenza coloniale americana ed a quella israeliana, ed anzi è sempre stata loro complice sia con il suo silenzio che con il suo sostegno indiretto ai nemici della nostra nazione, deve rendersi conto che, mentre i suoi falchi fingono di piangere la perdita dell'Iraq, caduto nell'orbita dell'influenza iraniana, essi rischiano di commettere lo stesso errore - anzi la stessa catastrofe - in Siria internazionalizzando la crisi e ricorrendo all'aiuto delle potenze straniere come hanno fatto in Iraq e in Libia.
In questi giorni stiamo vivendo la fase più buia della nostra storia, mentre i centri decisionali arabi sono sottoposti alla distruzione ed alla frammentazione - e ci riferiamo qui all'Iraq ed alla Siria, e imploriamo Dio di proteggere l'Egitto dai complotti di coloro che in pubblico sostengono di avere a cuore le sorti del paese, e in segreto e dietro le quinte cospirano per sabotarne la rivoluzione.
Il popolo siriano, che ha sacrificato 6.000 martiri, merita un regime democratico e giusto. Il regime siriano, che ha portato il paese a questa catastrofe, deve dare ascolto al grido di aiuto del suo popolo ed al lamento delle sue vittime. Tale regime, infatti, non avrà il sopravvento su questo popolo che nei trascorsi dieci mesi non ha esitato un solo istante a versare il proprio sangue per riottenere la propria dignità e la propria libertà.


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