La Cina colonizza il Sudamerica. Obama si concentra sul Pacifico

Di Massimiliano Santalucia
Fino a pochi decenni fa avrebbe potuto scatenare una crisi diplomatica. La recente visita del premier iraniano Ahamadinejad in America Latina, quasi sulla soglia di casa del grande Satana americano, aveva tutti i requisiti per aprire un nuovo capitolo delle già tese relazioni fra gli USA e la repubblica islamica.
Invece nulla; da Washington si è reagito con indifferenza e la resa dei conti con Teheran sembra essere (per ora) rinviata. In realtà la visita di Ahmadinejad non rappresenta un pericolo per gli interessi americani nella zona così come non si può parlare di un tentativo dell'Iran d'infiltrarsi in un'area storica d'interesse strategico per Washington. L'iniziativa iraniana aveva come obiettivo il tentativo di distogliere l'attenzione dall'imminente inasprimento delle sanzioni contro Teheran sulla questione del nucleare e dare l'immagine di un paese non isolato sulla scena internazionale. Durante il suo tour il premier iraniano si è incontrato con il leader venezuelano Chavez e con il presidente nicaraguense Ortega, suoi partner privilegiati a cui si sente unito dalla comune ostilità anti-americana.
Ma il Venezuela e il Nicaragua non sono personaggi di primo piano nel continente e gli altri paesi dell'area hanno ignorato la visita del premier iraniano. In particolare il tour di Ahmadinejad non ha fatto tappa in Brasile, il vero gigante dell'area. In passato Brasilia aveva mostrato la volontà di voler instaurare buoni rapporti con Teheran tanto che ci furono perfino iniziative brasiliane di mediazione sulla questione nucleare. Questa volta però il nuovo premier brasiliano Dilma Rousseff ha ignorato il suo omologo iraniano lasciando quest'ultimo solo con i suoi partner abituali. "Il viaggio di Ahmadinejad ha un valenza prettamente simbolica e non costituisce una minaccia per gli Stati Uniti" ha spiegato ad Affaritaliani.it il professor Kevin Middlebrook, docente di Politica internazionale all'Institute for the study of Americas della University of London. "In questo modo si permette anche ai paesi sudamericani visitati di fare propaganda e mostrare la loro politica estera autonoma da Washington. Questa è la quinta visita nel continente del premier iraniano e in passato Teheran aveva anche promesso una maggiore assistenza economica a Venezuela e Iran. Nel lungo periodo tale impegno non è stato mantenuto e ora ci sono dei dubbi sui reali benefici che l'Iran possa avere in America Latina."
Uno dei pochi vantaggi che Teheran potrebbe ricavare da tale missione è che attraverso i suoi alleati nell'area può provare ad aggirare le sanzioni con cui a breve dovrà misurarsi, ma anche in questo caso l'impatto dovrebbe essere minimo.
Se la missione di Ahmadinejad non rappresenta una minaccia per Washington essa però ripropone l'attenzione su un altro tema delicato per gli americani: la presenza sempre più evidente di potenze "estranee" nell'unica regione del mondo che gli USA considerano fin dalla loro nascita un'area d'interesse strategico nazionale. Negli ultimi anni anche altri paesi come India, Russia e Cina hanno mostrato crescente interesse per l'America Latina. In particolare Pechino si è distinta per il suo vivace attivismo che varia da temi economici fino ad aspetti più prettamente culturali. Negli ultimi anni Pechino ha inaugurato in Sud-America 32 istituti confuciani mentre numerosi libri cinesi sono stati tradotti in spagnolo per avere un maggiore accesso sul mercato culturale locale. Inoltre nel 2010 la Cina ha importato più di 20 milioni di tonnellate di greggio dall'America Latina, pari all' 8,7% del totale delle importazioni cinesi. Tale trend ha portato il Venezuela a diventare il quarto fornitore mondiale di Pechino in questo settore. "In termini assoluti il valore delle attività cinesi nel continente non è particolarmente elevato" ha detto ad Affaritaliani.it il professor Gian Luca Gardini, docente di politica sudamericana presso l'Università di Bath. "In termini relativi però questa presenza cinese è fortissima ed è in continua crescita, in particolare in paesi chiave come Brasile, Argentina e Perù. Tuttavia va precisato come non sia ancora sicuro se nel lungo termine gli interessi brasiliani con i cinesi possano effettivamente superare quelli con gli americani."
Il trend descritto non è un fenomeno recente, già dalla fine della guerra fredda i paesi sudamericani hanno diversificato le loro relazioni politiche ed economiche cercando di affrancarsi da Washington. Tale operazione potrebbe essere stata facilitata anche dalla passività degli stessi americani i quali negli ultimi anni si sono concentrati molto su altre aree del globo, in particolare sul Pacifico e sul Medioriente. Ancora oggi, malgrado l'aumento dell'attivismo cinese in Sud-America gli USA continuano (apparentemente) a prestare poca attenzione a ciò che accade in questa zona del mondo. Recentemente Barack Obama ha promesso una revisione della politica strategica di Washington sottolineando come il Pacifico avrà un ruolo centrale. L'Europa si è sentita messa da parte, ma anche l'America Latina sembra occupare un posto secondario in questa nuova visione. All'inizio del XIX secolo, durante la lotta per l'indipendenza del Sud-America da Spagna e Portogallo, l'allora presidente americano James Monroe coniò il motto "L'America agli americani". Così facendo sottolineò l'interesse strategico di Washington in quell'area geografica e la volontà di preservarla da qualunque ingerenza esterna. La presenza di nuove potenze in America Latina e l'apparente indifferenza degli USA sembrano suggerire come la "dottrina Monroe", una delle prime teorie strategiche formulate nella storia politica nordamericana, sia stata archiviata. "I giorni della dottrina Monroe oramai sono finiti" aggiunge ancora il professor Middlebrook. "Una nuova sfida per la politica estera americana sarà superare l'eredità dell'egemonia passata e lavorare con l'America Latina su base paritaria per risolvere i problemi comuni." Per gli USA non c'è più un vero giardino di casa e per gli americani ora lo spazio vitale è diventato il Pacifico. Così, perfino la presenza di un nemico come l'Iran e di un gigante come la Cina fa oggi meno paura di quanta non ne avrebbe fatta solo fino a pochi anni fa.


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