L'incontro tra il Dalai Lama e Obama non spaventa Pechino
Di Massimiliano Santalucia
Allarme rientrato, per ora. La visita del Dalai Lama alla Casa Bianca non ha inasprito i rapporti fra USA e Cina come temuto alla viglia e il rischio di nuove tensioni fra i due giganti sembra essere stato scongiurato. Ingigantito dai media internazionali l'incontro fra Obama e il leader tibetano era stato presentato come un potenziale casus belli fra i due pesi massimi mondiali. Tuttavia a distanza di una settimana e dopo alcune proteste (rigorosamente verbali) dei cinesi il caso sembra essersi sgonfiato. 
In realtà se il valore simbolico della visita era sicuramente notevole, eccessiva era invece l'enfasi sul suo impatto politico. Il Dalai Lama era stato invitato in quanto esponente religioso anzichè come leader politico e il Presidente americano si era premurato di puntualizzare come il Tibet per Washington restasse una provincia della Cina. Inoltre il Dalai Lama è stato ricevuto nella map room anzichè nello studio ovale dove in genere si svolgono i colloqui con i capi di stato o di governo, a riprova che all'incontro non si voleva dare troppo peso ne' s'intendeva irritare i cinesi.
Da Pechino avevano minacciato ritorsioni economiche contro Washington se il leader tibetano fosse stato ricevuto da Obama. Minacce che assumevano contorni sinistri se si condidera che Pechino finanzia il grande debito di Washington e che entro il 2 Agosto, se il Congresso non trova una soluzione, l'America rischia il default finanziario. Anche qui però alle minacce non sono seguiti i fatti e la cosa non stupisce. Proprio in quanto principale creditore degli Usa la Cina non può permettersi un fallimento americano poichè sarebbe la prima a rimetterci.
Se c'è un significato politico nella visita del Dalai Lama questo tocca soprattutto aspetti della politica interna americana più che di quella internazionale. Ad Affaritaliani.it il Professor Andrew Moran, docente di Relazioni Internazionali presso la Metropolitan University di Londra spiega che Obama non poteva sottrarsi a quest'incontro con la guida spirituale tibetana. "Manca un anno alle presidenziali negli Usa. Obama non poteva rifiutarsi di vedere il Dalai Lama altrimenti sarebbe stato accusato dai Repubblicani di debolezza verso Pechino" dice il professor Moran. "In un momento in cui si discute tanto di declino americano e ascesa cinese mostrarsi duri con il gigante asiatico aiuta l'immagine interna."
Ma se la visita di Washington si è rivelata meno dannosa del previsto sono altre le questioni che dividono le due superpotenze e che potrebbero inasprirsi. La Cina continua a tenere artificialmente basso il valore della sua valuta così da favorire le sue esportazioni. Ma questo a lungo termine danneggia l'economia americana e rischia di minare i rapporti con Washington. Inoltre c'è il problema delle crescenti ambizioni globali della Cina che in alcuni casi l'hanno portata in rotta di collisione con altri paesi dell'area. Ad esempio con il Vietnam ci sono dispute territoriali su alcuni tratti di mare nel Sud-Est asiatico. Washington cerca di contrastare l'espansionismo cinese creando una vera e propria barriera anti-cinese stringendo alleanze con alcuni paesi della zona fra i quali figura anche l'ex-nemico vietnamita. Inoltre resta sempre aperta la questione di Taiwan a cui gli americani hanno recentemente venduto un nuovo grosso stock di armi facendo ulteriormente innervosire i cinesi.
Si tratta di una situazione delicata dagli sviluppi potenzialmente imprevedibili dove si mescolano interessi economci ed equilibri geopolitici. Interpellato da Affaritaliani.it il Professor Steve Yui-sang Tsang docente di studi cinesi contemporanei presso il dipartimento di studi orientali dell'Università di Nottingham spiega che effettivamente il rischio di un aumento della tensione nell'area con conseguenti incidenti locali esiste. "Washington e Pechino cercano di perseguire i loro interessi che in quella zona spesso divergono e non si possono escludere frizioni. Tuttavia credo che alla fine i punti di convergenza dovrebbe comunque prevalere escludendo rischi di una escalation delle tensioni a livello più ampio" dice lo studioso.
In questo confronto stategico fra i due titani decisivo potrebbe essere il ruolo della seconda potenza asiatica in ascesa; l'India. L'ex-colonia britannica è la secondo potenza in ascesa nel continente ed ha ancora diversi contenziosi aperti con Pechino che vanno da alcune dispute territoriali fino all'appoggio cinese al Pakistan. Nei piani americani l'India sta diventando il punto forte della "barriera" anti-cinese in Asia del Sud e la chiave per leggere la situazione geopolitica dell'area potrebbe essere proprio l'evoluzione dei rapporti fra Washington e New Delhi. "Per il futuro sarà interessante vedere se Obama cercherà di creare legami più forti con l'India" dice ancora il Professor Moran. "Dopo essere stato a Pechino nel 2009, Obama ha subito ricevuto a Washington il Primo ministro indiano Manmohan Singh. Molti analisti hanno letto l'evento come un messaggio implicito a Pechino."
No, non è sulle alte vette del Tibet che si gioca la partita più importante fra Usa e Cina. Il baricentro in realtà si trova molto più a sud.



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