L'Italia senza Berlusconi. Meno alibi per le toghe e...

Di Giuseppe Baiocchi
Se perfino quella vecchia volpe di Giuliano Ferrara lascia trapelare il cattivo umore del Cav. e la tentazione ricorrente di mollare, qualche ragione di restare in attesa con le orecchie dritte deve pur esserci. Può sembrare quasi paradossale, ma se si arrivasse all'improvviso a un simile coup de theatre non vorremmo essere nei panni della folta legione degli antiberlusconiani a prescindere, degli anti-Cav in servizio permanente effettivo, che nel segreto più intimo si stanno già interrogando con angoscia: e adesso cosa facciamo?
A cominciare dalla vasta opposizione politico-parlamentare, che sembra immobile, mummificata al 14 dicembre dello scorso anno. Allora la defezione di Fini e della sua truppa raccogliticcia sembrava rendere possibile il successo della mozione di sfiducia. Sconfitta quella (anche per il gioco inverso dei Responsabili) si è replicato lo stesso copione in ogni circostanza, diffondendo la pericolosa illusione che "questa volta adesso cade". E invece su ogni voto è avvenuto il contrario e la maggioranza tiene, pur se carica di mugugni.
Invece di ripetere lo stesso film, una forte e coesa compagine politica avrebbe incalzato il governo con misure alternative, con proposte convincenti di uscita dalla crisi economica, con coraggiosi progetti riformatori tali da far uscire il Paese dal devastante tsunami finanziario e su questa linea costruire un consenso "per" e non solo "contro".
Se il Cavaliere lascia di sua spontanea volontà, resteranno disoccupate le ditte di intercettazione telefonica (dov'altro troveranno da poter fare le centomila intercettazioni sugli "affari di cuore" di un membro del Parlamento); e la casta togata avrà molto meno alibi perché si ponga davvero mano al disastro della giustizia (in particolare quella civile e amministrativa) che costa ai contribuenti la montagna di multe e le sanzioni dall'Europa per i ritardi vergognosi e la "mala-giustizia" di cui i responsabili non pagano mai.
C'è poi il circuito mediatico che sulla guerra al Cavaliere (sia tra gli accusatori che i difensori) ha costruito indubbie fortune. Una comunicazione chiassosa e invadente che ha racchiuso la sostanza dell'informazione nello sguardo morboso e ipocrita sui peccati privati di un vecchio mandrillo, evitando così di toccare e analizzare i tanti mali e le tante altre ingiustizie che affliggono l'Italia. Forse ha ragione un vecchio brontolone come Giorgio Bocca che, stufo di vedere il suo giornale dedicare le prime venti pagine alle "puttane di Berlusconi", si dice certo che poi resteranno senza lavoro…
Chi scrive non ha mai votato Berlusconi e spera che gli elettori lo sanzionino nell'urna: ma solo perché ha fallito e non ha fatto la "rivoluzione liberale" che aveva più volte promesso. E teme, purtroppo, che si guarderanno bene dal farla anche quelli che verranno dopo.


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