L'Africa di nuovo terra di colonialismo. Per i cristiani e gli islamici
Di Massimiliano Santalucia

Non c'è pace per i cristiani d'Africa. Si sono da poco spenti gli echi della mattanza dei fedeli animisti nel Sudan meridionale ad opera degli integralisti islamici del nord che un nuovo fronte nella guerra di religione in Africa si è aperto sulla sponda atlantica del continente.
Gli attacchi registrati a Natale contro le chiese nella Nigeria settentrionale ad opera della setta integralista islamica Boko Haram (che significa "L'educazione occidentale è corrotta") fanno temere un più ampio progetto d'islamizzazione dell'Africa subshariana guidato da Al Quaeda e dalla sua branca magrebina. Tale piano viene giustificato dagli estremisti anche come reazione al processo di evangelizzazione dell'Africa rilanciato anche dalla recente visita del Papa nel Benin.
Il governo nigeriano guidato dal presidente cristiano Jonhatan Goodluck ha inviato truppe al Nord dichiarando lo stato d'emergenza, ma finora le cose non sono andate bene. A dispetto del suo nome l'operato del presidente non ha portato fortuna; i soldati sono accusati di essersi resi responsabili di violenze generalizzate contro la popolazione aumentando di contrasto il consenso per gli islamisti.
Di fatto lo stesso coinvolgimento di Al Quaeda nelle violenze di Boko Haram non è ancora accertato. Tuttora non sono state trovate prove concrete di un ruolo dell'organizzazione integralista negli attacchi di Natale in Nigeria; però il modus operandi degli estremisti nigeriani e le loro tecniche fanno pensare che alcuni di loro possano aver seguito un addestramento all'estero. Vi è anche la possibilità che nelle file della setta islamista siano confluiti ex-combattenti Tuareg in fuga dalla Libia (dove operavano al servizio di Gheddafi) portando con loro ingenti quantitativi di armi.
Tuttavia le tensioni confessionali in Nigeria sembrano essere maggiormente riconducibili a una serie di problematiche interne di tipo socio-economico piuttosto che a una cospirazione jihadista dall'esterno. Nel paese gli scontri religiosi non rappresentano una novità e se ne trovano tracce fin dalla fine della colonizzazione britannica nel 1960. Ma negli ultimi tempi la situazione è peggiorata a causa del profondo divario fra le regioni settentrionali a maggioranza musulmana e quelle meridionali dove si concentra gran parte della popolazione di fede cristiana. Il Nord è l'area più povera del paese; il tasso di disoccupazione è elevatissimo e la maggior parte della popolazione è priva di qualunque forma di assistenza sanitaria. Anche al Sud i problemi non mancano, però le regioni meridionali beneficiano della maggior parte dei proventi dell'industria petrolifera, la principale risorsa economica del paese, i cui impianti si trovano proprio a sud.
"Tutti gli indicatori economici testimoniano l'ampiezza del divario fra le due parti del paese e il governo è fra i principali responsabili di tale situazione" spiega ad Affaritaliani.it il dottor Bala Liman, ricercatore e assistente di studi africani presso la School of Asian and African Studies di Londra (SOAS). "Le autorità hanno puntato tutto sull'industria petrolifera concentrando su di essa la totalità degli investimenti e ignorando altri settori. In particolare è stata messa in secondo piano l'agricoltura, un tempo prima risorsa economica del nord e principale fonte d'impiego per la popolazione locale."
In un simile contesto per Boko Haram risulta più facile fare proselitismo e diffondere la sua campagna in favore della Sharia. Il divario fra le due aree del paese non è una questione recente. Il problema si era già posto in passato tanto che perfino Gheddafi aveva proposto una separazione del paese in due stati indipendenti per evitare la degenerazione delle tensioni religiose. Il governo nigeriano ha sempre ribadito che l'unità del paese non è negoziabile, ma nella comunità cristiana sono molte le voci che si sono levate recentemente per sottolineare l'auspicabilità di tale opzione.
Una soluzione che però non sembra essere percorribile e che difficilmente risolverebbe i problemi legati al conflitto religioso. Ciò è dovuto al fatto che in entrambe le aree del paese sono comunque presenti grosse comunità legate alle due fedi religiose; dividere il nord dal sud accentuerebbe solo l'isolamento delle due minoranze a secondo delle zone. Inoltre i giacimenti petroliferi sono ubicati tutti a sud e un'eventuale secessione aggraverebbe, anziché migliorare, la già disastrosa situazione del nord.
Un simile scenario sembra confermare come le violenze interconfessionali siano dovute a peculiarità interne alla Nigeria e non riproducibili nei paesi vicini dell'Africa subsahariana. "L'attuale conflitto religioso dovrebbe restare confinato alla sola Nigeria; mi sembra molto difficile che si possa esportare nella regione. Anche la visita del papa in Benin non ha avuto alcun ruolo nell'esacerbare le tensioni nell'area." aggiunge ancora Bala Liman.
Anche se a breve termine la crisi nigeriana presumibilmente non contagerà i paesi limitrofi, per il lungo periodo l'incertezza permane. La Nigeria resta una nazione chiave nell'area e se l' instabilità dovesse perdurare per la regione gli scenari rischiano di apparire più drammatici. In effetti per il futuro del paese le previsioni non inducono all'ottimismo; malgrado le buone performance dell'economia, secondo un rapporto dell'ONU, la Nigeria resta uno dei paesi al mondo in cui le sperequazioni economiche sono più ampie. Il governo ha già dato prova di non saper affrontare i principali problemi del paese e la recente decisione di togliere i sussidi sul prezzo della benzina sta aumentando il malcontento.
Problemi nuovi per la Nigeria, che si aggiungono a quelli vecchi già alla base delle tensioni religiose nel paese e di cui i cristiani nigeriani hanno pagato ad oggi il prezzo più alto.


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