Iraqacy, alla fine ha vinto Bush
La promessa del presidente Usa Barack Obama di ritirare le truppe dall'Iraq per la fine di agosto vivrà un momento importante domenica, quando milioni di iracheni si recheranno alle urne per eleggere un nuovo governo. Gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare molti momenti difficili durante i sette anni della guerra in Iraq, ma la posta in gioco non è mai stata così alta.
Se le elezioni dovessero svolgersi senza problemi, i soldati Usa potrebbero fare ritorno a casa come da programma. Ma se dovessero verificarsi gli episodi di violenza che hanno causato la morte di migliaia di iracheni nel 2006-2007, allora Obama potrebbe essere costretto a rivedere i suoi piani.
![]() La copertina di Newsweek |
Una nuova ondata di violenza, tra l'altro, sarebbe "una distrazione" tutt'altro che ben accetta per il presidente Usa, che ha dichiarato che il tema in cima all'agenda del 2010 sarà la riduzione dell'alto tasso di disoccupazione negli Stati Uniti. Obama, tra l'altro, si è lasciato poco spazio di manovra con il suo discorso alla nazione del mese scorso. "Le nostre truppe lasceranno l'Iraq entro la fine di agosto", ha detto. "Non c'è margine di errore: la guerra sta finendo, e tutti nostri soldati torneranno a casa".
Obama ha promesso una rapida conclusione della guerra in Iraq, che è costata la vita a più di 4.300 soldati Usa e alle casse americane centinaia di miliardi di dollari. Con l'economia che sta uscendo solo ora dalla recessione e la situazione in Afghanistan che sta peggiorando, la guerra in Iraq non è più in cima all'agenda di Obama, che pure ha incaricato il suo vicepresidente Joe Biden di occuparsene. Ora, in ogni caso, è arrivato il momento della verità per Obama.
Il pericolo, per il presidente Usa, è che i leader politici si trovino bloccati per mesi su chi debba formare il nuovo governo, un vuoto di potere di cui qualcuno potrebbe approfittare, coma ha fatto al Qaeda nel 2005, per dare vita a una nuova ondata di violenza. "La preoccupazione riguarda proprio quel periodo, che potenzialmente è pericoloso", ha detto un alto funzionario dell'amministrazione Usa, che ha preferito rimanere anonimo. "Se c'è un vuoto di potere, si è sempre preoccupati di come questo vuoto possa essere riempito".
Il comandante in capo delle forze statunitensi in Iraq, Ray Odierno, ha realizzato un piano di emergenza per rallentare eventualmente il ritiro delle truppe dall'Iraq, ma il segretario alla Difesa Robert Gates ha chiarito che, per prendere in considerazione questa eventualità, ci dovrebbe essere prima "un considerevole peggioramento" della situazione legata alla sicurezza. "Si dovrebbe verificare uno scenario catastrofico, che molti osservatori ritengono non si verificherà. Qualcosa di simile a quanto avvenuto nel 2006", ha detto Brian Katulis, esperto di Iraq del Center for American Progress.
Odierno ha detto di aspettarsi una riduzione del contingente americano a 50.000 uomini entro la fine di agosto, dagli attuali quasi 96.000. C'è poco interesse tuttavia nel Congresso, controllato dai democratici, per un rinvio del ritiro, in particolare in un anno di elezioni, durante il quale i democratici devono affrontare una dura battaglia per mantenere la maggioranza al Senato e alla Camera dei Rappresentanti.
"I miei colleghi sono d'accordo nel proseguire l'iter del ritiro", ha detto William Delahunt, uno dei deputati democratici e membro del Comitato per gli Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti. "Siamo stati lì, ora è tempo per il popolo iracheno di decidere per se stesso", ha detto Delahunt.
ALLA FIN FINE STA VINCENDO BUSH
In Iraq, alla fin fine sta vincendo George W. Bush, l'ex presidente degli Stati Uniti, ora che gli iracheni si accingono a scegliere tra 6.100 candidati per il Parlamento alle elezioni politiche del 7 marzo. Lo sostiene, suscitando una certa sorpresa vista la sua reputazione piuttosto 'liberal', il settimanale Newsweek, che nel numero in edicola dedica la copertina proprio a Bush. Accanto al titolo "Finalmente la vittoria, l'emergenza di un Iraq democratico", si vede l'ex presidente uscire dal campo di visione del fotografo, con i militari alle spalle, mentre cammina sulla portaerei Lincoln verso il suo elicottero.
Siamo al primo maggio 2003 e Bush ha appena pronunciato al largo di San Diego, in California, il suo (criticatissimo) discorso della vittoria sotto uno striscione che recita 'Missione Compiuta: riferendosi ovviamente alle guerra in Iraq, di cui ha dichiarato concluse le principali operazioni belliche in Iraq. "Forse non è ancora 'missione compiuta', ma è un inizio" scrive il settimanale, ricordando che il generale David Petraeus, ex comandante delle truppe Usa nel paese, considerato uno degli artefici del nuovo corso grazie all'intensificazione dell'azione militare quando le cose andavano male, parla di «Iraqacy», un neologismo che comprende sia la parola Iraq sia la parola democrazia. Più prudente, l'ambasciatore Usa a Baghdad, Chris Hill, ricorda che "il vero test della democrazia non è tanto il comportamento dei vincitori, quanto quello futuro di chi ha perso le elezioni".



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