L'intervento di Giorgio Napolitano
di Giorgio Napolitano
La ringrazio, dottor Terzulli, per la cortesia e il calore di questa cerimonia del Ventaglio, e mi complimento con l’artista Consuelo Macias per la sua bella opera risultata vincitrice del concorso indetto dall’Associazione della stampa parlamentare e dall’Accademia delle Belle Arti di Roma.
Ed entro subito nel vivo dei temi che vi interessano e che mi impegnano nei limiti delle mie funzioni e responsabilità. I temi, innanzitutto, relativi al ruolo della stampa come fattore essenziale di espressione della libertà di pensiero e di opinione, di formazione dell’opinione pubblica e di nutrimento della dialettica democratica. In uno spirito, sempre, di pieno rispetto del quadro istituzionale repubblicano e di corretto bilanciamento tra distinti e diversi diritti costituzionali.
Posso in effetti confermare a questo proposito – e anche in rapporto all’aspetto della disciplina delle intercettazioni – quel che più diffusamente dissi in occasione della cerimonia del Ventaglio un anno fa, circa una matura concezione del diritto di cronaca, contemperabile con il rispetto dei diritti e della dignità della persona. Ciò significa anche – dissi allora – impegno a non indulgere alla spettacolarizzazione delle vicende giudiziarie e dei processi – per evitare la quale è stato di recente varato, su impulso dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, un importante Codice di autoregolamentazione. E significa, ancora – mie parole del luglio 2008 – impegno a “non farsi condizionare dal timore della concorrenza nello scandalismo, anche il più volgare”.
Gli specifici riflessi di questa visione costituzionale sul terreno della disciplina delle intercettazioni sono in questo momento tuttora oggetto di divergenze e acuti contrasti nel Parlamento e fuori dal Parlamento. Il dottor Terzulli ha usato parole opportune quando si è riferito alla necessità di non violare le “aree di comprensibile riservatezza dell’indagine giudiziaria” e ha ammesso che invece “eccessi e forzature in passato ci sono stati”. Ecco, questo riconoscimento – e cioè la conferma che un problema di revisione di regole e di comportamenti in materia di intercettazioni esiste – è la premessa per cercare soluzioni appropriate e il più possibile condivise.
Ad esse penso si possa giungere, cogliendo l’occasione dell’opportuno slittamento delle votazioni in Parlamento sulla legge già da non breve tempo in discussione. Occorre spirito di apertura e senso della misura da parte di tutti i soggetti interessati. Sarà prossimamente questo uno dei banchi di prova di quel confronto più civile e costruttivo tra maggioranza e opposizione che continuo a considerare necessario nell’interesse della democrazia e del paese.
Lei mi ha chiesto, dottor Terzulli, “quante speranze” io nutra in questo senso. Vede, ho cercato di eliminare dal mio lessico istituzionale termini ed espressioni che hanno dato luogo a stucchevoli dispute : “appello al dialogo”, “invito alla tregua”, e così via. Per la verità, di tregua ho parlato una volta sola in vista del G8 de L’Aquila, da me assunto come evento in cui era in giuoco un interesse nazionale : e sono convinto di avere fatto il mio dovere.
In generale, quel che faccio in varie occasioni è richiamare problemi, a cominciare da quelli relativi a riforme da tempo auspicate ; quel che faccio è porre esigenze largamente diffuse tra gli italiani : e – senza abbandonarmi né a ingenue speranze né a facili pessimismi – lascio alle forze politiche la libertà e l’onere delle risposte.
Essenziale è sempre osservare l’imperativo dell’obbiettività, dell’equilibrio, dell’imparzialità. Essenziale nell’esercizio di tutte le funzioni proprie del Presidente della Repubblica. Così anche nel valutare l’esito dell’iter legislativo di un provvedimento composito e delicato, e nel decidere se promulgarlo o rinviarlo alle Camere per una nuova deliberazione. Quella della legge sulla sicurezza non è stata una promulgazione “con riserva” – che è ovviamente istituto inesistente – ma promulgazione a tutti gli effetti, accompagnata da una lettera contenente numerose, puntuali valutazioni critiche, senza peraltro “pronunciarmi e intervenire sull’indirizzo politico e sui contenuti essenziali” di quella legge. Tale strada è stata imboccata molte volte nel passato, benché qualcuno abbia affermato il contrario. E a chi ha perentoriamente dichiarato che il Presidente “non può rivolgersi direttamente ai ministri”, si può consigliare la lettura dell’aureo libro “Lo scrittoio del Presidente” di Luigi Einaudi, che comprende le lettere inviate da quest’ultimo al Ministro del Tesoro e ad altri ministri dell’epoca.
La tesi dell’improprietà o arbitrarietà di ogni espressione di dubbi, perplessità, preoccupazioni che non avvenga attraverso il solo canale di messaggi formali al Parlamento, non poggia su alcun fondamento costituzionale ed è smentita da un numero tale di precedenti che non può reggere.
Rifletto spesso sull’esperienza dei miei predecessori. Ciascun Presidente ha esercitato il mandato conferitogli esprimendo la sua personalità e tenendo conto delle situazioni in cui si è trovato ad operare, sempre muovendosi nell’ambito della Costituzione e contribuendo ad animare una prassi costituzionale non racchiudibile in schemi precostituiti. Naturalmente, ciascuno si è assunto le sue responsabilità, e io mi assumo le mie.
Ringrazio i giornalisti e gli studiosi che hanno ben colto il carattere e i motivi della mia scelta della scorsa settimana. E ho apprezzato lo spirito di riflessione con cui essa è stata accolta da molti esponenti del Parlamento e del Governo.
Presto attenzione a tutte le osservazioni e le riserve, anche a quelle espresse in modo più sommario e perfino aggressivo. Da tutte trarrò beneficio per l’ulteriore svolgimento del mio mandato : che consiste nel rispettare la Costituzione, nel contribuire a farla vivere, nel richiamare i suoi valori, i suoi principi e le sue regole. A qualche fiero guerriero sembra che io lo faccia con la piuma d’oca : sempre meglio, si potrebbe dire, che un vano rotear di scimitarra. Chi poi invoca, polemicamente e di continuo, poteri e perfino doveri d’intervento che non ho, mostra di aver compreso poco della Costituzione e della forma di governo, non presidenziale, che essa ha fondato. Questo rilievo peraltro non tocca i tanti, semplici cittadini o soggetti collettivi, che scrivono e si rivolgono al Presidente per richiamare la sua attenzione su situazioni e problemi che meritano e da me sempre riceveranno comprensione e sostegno.



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