Indignados: Madrid chiama, Tel Aviv risponde
Di Massimiliano Santalucia
Madrid chiama, Tel Aviv risponde. La protesta dei giovani israeliani nelle vie centrali della capitale si estende giorno dopo giorno, esattamente come capitato nella città spagnola poco tempo prima. Ancora alla testa del movimenti ci sono i giovani, una fascia di popolazione colpita più di altre dall'aumento generale del costo della vita e dall'elevata tassazione. Una protesta che avanza richieste socio-economiche ben precise e focalizza il suo dissenso affermando principi morali che predicano una minore disparità all'interno della società. La situazione economica dello stato ebraico in generale non desta una particolare preoccupazione ed è ben diversa da quella di molti paesi europei. Il tasso di disoccupazione è basso e l'economia cresce a un ritmo sostenuto. Tuttavia l'aumento del costo della vita, in particolare degli affitti e dei generi di prima necessità, unito a bassi salari e ai tagli ad alcuni servizi sociali, hanno fortemente diminuito il potere d'acquisto della popolazione giovanile. Il gap fra ricchi e poveri è aumentato notevolmente negli ultimi 10 anni e il ceto medio si è ritrovato in una situazione di generale impoverimento; ora gli strati sociali esclusi dal benessere chiedono al governo di prendere provvedimenti per alleviare questa situazione d'ingiustizia. Il Primo Ministro Netanyahu ha aperto ai manifestanti e ha creato una commissione governativa con il compito di analizzare i problemi che sono alla base della protesta e trovare eventuali soluzioni.
Questo gruppo di studio ha il compito di comunicare i suoi risultati a Settembre, ma già si sa che dovrebbe proporre misure per allargare l'accesso ai servizi sociali e per accrescere la competitività nel mercato di beni e servizi così da ridurre i prezzi. Tuttavia secondo la stampa israeliana la commissione voluta da Netanyahu è soprattutto un espediente per calmare la protesta nel breve termine, in attesa che i media distolgano l'attenzione da essa. Grande assente in questo movimento è la questione palestinese. Nei dibattiti in piazza ci si è concentrati esclusivamente sulle questioni interne evitando qualunque riferimento ai problemi dei palestinesi. Eppure un punto di collegamento fra gli eventi di Tel Aviv e la questione palestinese potrebbe esserci: secondo alcuni osservatori i fondi per finanziare una politica più attenta ai problemi sociali potrebbero essere ricavati proprio da un taglio agli insediamenti ebraici nella West Bank voluti da Netanyahu ma considerati illegali dalla comunità internazionale. Questa apparente mancanza potrebbe non essere casuale ed è forse dovuta a un calcolo ben preciso. Il movimento di protesta finora ha goduto di un ampio consenso presso l'opinione pubblica tanto che stime recenti lo hanno fissato addirittura intorno al 88%. Il movimento è apolitico, non ha l'appoggio di alcun partito e gode di un consenso trasversale che attrae persone di vari strati sociali e di diverso orientamento ideologico.
Il solo collante della protesta è costituito dalle questioni economiche che ne garantiscono, per ora, la coesione. Mescolare questi problemi con una questione delicata come quella palestinese (che ancora oggi divide profondamente la società israeliana) potrebbe dare un connotato troppo politico (in particolare di sinistra) alla protesta rischiando così di minarne il consenso. "Tuttavia non è detto che la questione palestinese sia destinata a restare sempre fuori dall'agenda del movimento" spiega ad Affaritaliani.it David Harris-Gershon, scrittore indipendente e collaboratore del Jerusalem Post. "Innanzitutto bisogna ancora capire bene la natura di queste proteste. Ma non è detto che, una volta consolidata la sua forza e guadagnato un ampio credito, il movimento possa decidere di affrontare anche questioni più delicate." Resta da verificare anche l'impatto che questo nuovo movimento potrebbe avere sul panorama politico israeliano e se possa condizionare l'agenda politica nazionale. "Benché ne abbia la possibilità, a breve termine appare ancora difficile che il movimento possa dare dei problemi a Netanyahu" spiega ancora David Harris-Gershon. "Tuttavia sul lungo termine i temi alla base della protesta potrebbero seriamente condizionare la politica nazionale e faranno sentire il loro peso alle prossime elezioni politiche." In ogni caso stavolta Netanyahu potrebbe davvero aver trovato un avversario dalle discrete potenzialità. E che sembra essere più tosto dei palestinesi o dei mediatori internazionali.



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