Il sogno (infranto) di una democrazia egiziana
Di Massimiliano Santalucia
Dopo la primavera dovrebbe esserci l'estate. Ma questo non vale per la transizione democratica egiziana sulla quale, anzi, sembra invece essere calato l'inverno. Gli egiziani sono tornati a protestare esattamente come quando a Gennaio riuscirono spodestare il regime di Mubarak che durava da 30 anni. Il luogo è sempre lo stesso, quella Piazza Tahrir nel centro del Cairo che in inverno era stata accostata (forse troppo prematuramente) a Piazza San Venceslao di Praga negli ultimi giorni del regime comunista nel 1989. 
Foto Olycom
E come alcuni mesi fa gli scontri fra manifestanti e polizia sono stati cruenti con decine di feriti e con le autorità che parlano di una non meglio precisata cospirazione per destabilizzare il paese. Ufficialmente a scatenare la rabbia della folla è stata la lentezza dei procedimenti giudiziari contro alcuni funzionari dell'ex-regime, ma in realtà è tutta la politica del governo di transizione ad essere rimessa in discussione.
Da quando Mubarak è stato costretto a lasciare il potere nel paese non è stata attuata nessuna sostanziale riforma e la transizione verso la democrazia segna il passo. Inoltre la maggior parte degli esponenti del precedente regime sono rimasti al loro posto mentre i pochi processati sono stati assolti. Non solo, appena l'opinione pubblica mondiale ha distolto l'attenzione dal paese i tribunali militari hanno cominciato a processare molti di coloro che avevano partecipato alle manifestazioni contro Mubarak. Il quadro che ne emerge è quello di un paese tutt'altro che avviato verso la democrazia e in cui non vi è alcuna differenza col periodo pre-rivoluzionario.
Anche la situazione dell'economia non è buona e rischia d'aggravare il quadro interno. Le cattive performance dell'economia sono state l'elemento scatenante delle rivolte in Africa, se quest'ultima non migliora le tensioni sono destinate ad aumentare. Dopo la caduta di Mubarak, per arginare il malcontento, il governo provvisorio ha aumentato del 15% degli stipendi del settore pubblico e ha creato 450.000 nuovi posti di lavoro. Ma si tratta di provvedimenti temporanei e non certo di una riforma economica che rivitalizzi un'economia patriarcale in cui vi è un settore privato debole dipendente da un settore pubblico più potente.
Tuttavia ci sono dubbi che l'attuale situazione politica del paese possa permettere una reale riforma nell'economia. Come spiega ad Affaritaliani.it il professor Andrea Teti, docente di studi internazionali presso l'Univeristà di Aberdeen ed esperto del mondo arabo, condizione necessaria per una riforma economica sarebbe l'instaurazione di uno stato di diritto e l'imparzialita' dell'amministrazione pubblica e del potere giudiziario. "Senza questi prerequisiti ogni riforma economica è destinata a creare oligarchie com' è successo in Russia all'inizio degli anni novanta" spiega il Professor Teti. "Inoltre le autorità egiziane dovrebbero combattere innanzitutto la corruzione e l'elevata evasione fiscale che costano all'economia centinaia di miliardi di euro." 
Il governo di transizione però non sembra in grado di far fronte a questi problemi e sembra piuttosto cercare di tirare a campare fino a Settembre, quando in Egitto si terrano le prime elezioni presidenziali libere.
Su questo appuntamento c'è grande incertezza sia sui nomi dei candidati sia sulla composizione degli schieramenti che li sosterranno. In Occidente si trema al pensiero di una vittoria dei fratelli musulmanni, percepiti spesso come integralisti. In realtà il partito è profondamente diviso al suo interno e sono diverse le anime che lo caratterizzano. La base del movimento è costituita da giovani d'ispirazione progressista i quali respingono il radicalismo dei vertici e degli elemanti più anziani. Alcuni di questi sono stati addirittura espulsi dal partito e sono pronti a fare fronte comune con altri movimenti più piccoli sempre di area progressista. Questo schieramento potrebbe candidare Abdel Moneim Abou El-Fotouh, un ex-membro dei Fratelli musulmani espulso per le sue idee troppo moderate. El-Fotouh dichiara d'ispirarsi al leader turco Erdogan, ama citare i versi del corano in cui si sostengono i diritti delle donne e afferma che i musulmani non sono tenuti a seguire le rigide regole religiose in materia di consumo di alcol. In politica estera El-Fotouh appoggia gli accordi di Camp David firmati da Sadat e sottolinea la necessità di una pacifica convivenza fra arabi e israeliani, elemento questo che potrerebbe farlo gradire agli israeliani. Attorno a lui potrebbe formarsi un fronte progressista composto dalla base giovanile dei Fratelli musulmani e dagli elementi più liberali della società.
Principale rivale di questa potenziale coalizione progressista potrebbe essere un'alleanza fra gli elementi più conservatori della dirigenza dei Fratelli musulmanni e i gruppi salafiti più estremisti. Le forze progressiste sembrano costituire la maggioranza nel paese. Tuttavia gli elementi più conservatori sono meglio organizzati sul piano logistico e contano su un apparato di partito meglio rodato. "Ecco perchè alcuni chiedono di rimandare il voto parlamentare e che venga prima scritta una costituzione che difenda la laicità dello stato ed i diritti politici ed economici della gente" dice ancora il Professor Teti.
Ma per l'attuale governo di transizione in Egitto per ora sembra che questa riforma non sia una priorità. Bisognerà aspettare l'autunno per capire se in Egitto la transizione democratica poggia su basi solide o se invece si è cambiato tanto solo per non cambiare nulla.



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