Il futuro della Lega tra rischi e opportunità
Di Giuseppe Baiocchi

Il sondaggio di Demopolis-Affaritaliani, appena reso noto, suggerisce, a proposito della Lega e del suo futuro considerazioni insieme lusinghiere e preoccupanti. Pur tenendo conto della specificità del campione (limitato all'area circoscritta eppure vasta e indeterminata degli utenti di libero.it e del quotidiano di notizie ad esso in varia forma collegato) esprime comunque una vitalità del Carroccio e un suo solido radicamento, forse al di là delle sensazioni del suo medesimo gruppo dirigente.
Una vitalità certamente rafforzata dalla scelta politica di porsi, sola forza parlamentare, all'opposizione del "governo dei tecnici", e dall'immediata potenzialità di rappresentanza del naturale malessere popolare, diffuso e interclassista, verso la stretta economica, il profluvio di tasse spalmate sull'universo dei contribuenti e la scarsa efficacia dei provvedimenti indirizzati alla crescita del Paese. Svolgendo così quel ruolo prezioso e indispensabile in democrazia di raccogliere e incanalare positivamente la protesta che non può essere lasciata in esclusiva al "ribellismo dei forconi".
Il consenso alla Lega può ritrovare oggi quell'area indistinta di un voto utile, quella cioè del "meno peggio", dell'imbuto cioè dell'insoddisfazione generalizzata e (in vista del bipolarismo oggi latente ma che riemergerà per forza quando comunque si andrà a votare) di quella posizione "né di qua né di là", che di fatto sottrae i cittadini dalla prigione dell'obbligo di schieramento.
E' almeno in una simile direzione che sembra condurre anche la ribollente vicenda interna, ormai faticosamente avviata alla supremazia nel movimento di Roberto Maroni e dei suoi "barbari sognanti". Come se l'ex ministro dell'Interno, aduso ben di più altri leghisti non di primo pelo alla tattica parlamentare, al dialogo e al negoziato con le altre componenti politiche e alla strategia delle alleanze, avesse riscoperto più di altri come ragione di sopravvivenza e di ripresa culturale, prima che elettorale, la necessità chiara ed inequivocabile dell'accentuazione dell'identità e del cammino provvisoriamente solitario.
Tra l'altro (e questo sfugge non solo ai commentatori, ma pure talvolta ai medesimi leghisti) in piena continuità con un intuizione più antica ed isolata dello stesso Bossi. E a lungo colpevolmente trascurata. Adesso è ormai materia solo per gli storici, ma non è un caso che il vecchio leone chiedesse da solo e a gran voce "l'igiene del voto anticipato" nell'estate del 2010, quando si era appena consumato il divorzio di Fini dal Pdl e l'assottigliarsi della maggioranza parlamentare, dimagrita fino ai limiti della sopravvivenza.
La lucida (per la Lega) intuizione di Bossi fu allora frustrata sia dalla pigrizia di Berlusconi e della sua corte sia dalla pressione intorno a Bossi della cerchia ristretta di consiglieri e di badanti (prevalente, soprattutto a Roma, sul nucleo storico di collaboratori invece più leali e concreti). Perduta quell'occasione, anche la Lega si è trascinata nel nullismo riformatore, nel discredito del governo e nella crisi finanziaria, che ha portato alla "strana soluzione" di Mario Monti.
Il "governo tecnico" rappresenta per il Carroccio un'insperata occasione, se non un'ancora di salvezza. E l'atmosfera di ritrovata parziale credibilità e di tamponamento dell'emorragia di consensi ne è la prova, che tutti gli specialisti accreditano. Ma, una volta stabilizzato con i congressi l'assetto interno, dove andrà la Lega e dove si collocherà nello scenario politico ? Soprattutto per Maroni è insieme l'incognita, l'opportunità e la sfida…


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