Grazie Alberto, amico di una vita

Lunedì, 14 marzo 2011 - 17:19:00


di Angelo Maria Perrino

Le parole addolorate del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano descrivono molto bene la statura morale, il valore e i valori del compianto Alberto Ruffo,ucciso da un infarto domenica pomeriggio nella sua casa di Milano,mentre si accingeva, dopo il week end passato in famiglia, a rientrare in treno a Roma per riprendere il suo posto accanto al Presidente, affiancandolo nell'imminente tour per la festa dell'Unità d'Italia, che aveva pazientemente organizzato.

E le parole di Napolitano danno perfettamente conto dell'interpretazione altissima che Alberto Ruffo aveva saputo dare del suo lavoro di prefetto, fedele al ruolo storico di rappresentante dello Stato sul territorio ma anche capace di evolvere e aggiornare la funzione, uniformandola, come ha scritto il Presidente, "ai principi autonomistici della Costituzione repubblicana".

Se questo è il lusinghiero giudizio professionale, ancor più nitide e solenni sono le parole che Napolitano riserva a quella straordinaria pasta d'uomo che era Alberto. Tre qualità, in particolare, vengono citate dal Presidente a proposito del "collaboratore prezioso":  "Preparazione, senso dello Stato e discrezione".

Che dire di più? Basterebbe questo a sancire con un applauso infinito il commiato da questa terra di Alberto. Sia consentito dunque a un amico più che trentennale di vergare un personale ricordino, un omaggio alla ricchissima, umanissima personalità di questo civil servant d'altri tempi eppure fresco e moderno, settantenne ma giovanissimo di spirito (e di fisico, ha sciato fino a poche ore prima di morire), tanto rigoroso nello svolgimento del suo compito istituzionale quanto allergico ai burocratismi e alle scartoffie che sommergono le carriere prefettizie.

Colpiva, di Alberto, la semplicità con la quale trattava le questioni complesse, tipico delle persone di qualità; colpiva il garbo del signore, la curiosità da antropologo, la voglia di sapere e capire e confrontarsi. Ma colpiva anche il forte senso di indipendenza,obiettività e onestà intellettuale, che in lui si conciliavano perfettamente con la lealtà e il rispetto verso il ruolo.

Ci siamo conosciuti giovanissimi,alla fine degli anni '70, quando Alberto era commissario del governo in Lombardia e io giovane cronista di Panorama. E non ci siamo mai più persi di vista, lui con la moglie Gianna, e i suoi figli Attilio e Paola, io con mia moglie Rossella e le mie figlie Ilaria e Alessia.

Amicizia vera, la nostra. Siamo addirittura diventati compari di cresima, che per noi meridionali (lui calabro-campano, io pugliese) è quasi più di una parentela. Viveva a Roma, Alberto, negli ultimi tempi(tornando a Milano dalla famiglia nel fine settimana) dopo aver fatto il prefetto prima in Piemonte, a Vercelli e Novara, con il novarese Scalfaro al Quirinale, poi a Modena e quindi a Firenze. E prima di entrare nello staff di Ciampi e poi di Napolitano, a curare gli Affari Interni e la Sicurezza. Da ciascuna di quelle esperienze locali aveva saputo imparare qualcosa: la severità dei piemontesi, l'intraprendenza degli emiliani, l'estro e la fantasia dei fiorentini. E grazie a questo mix si era guadagnato sul campo con entrambi i presidenti i galloni non facili di consigliere fidato e uomo ombra, sempre presente nelle occasioni ufficiali, ma senza pennacchi, clamori e riflettori; sempre pronto a partire in avanscoperta per preparare le missioni del Presidente o a  partecipare, nelle sedute di staff quirinalizie, alle analisi del contesto politico o all'elaborazione dei discorsi, con un occhio particolare per quello, lungamente preparato dal team, della diretta televisiva di fine anno.

Abbiamo passato quasi tutte le vigilie di Natale e tante Pasque insieme, in questi tre decenni, con Alberto e con la sua famiglia. E molte ferie estive. Abbiamo nuotato e imparato a sciare insieme. E non di rado al sabato, quando Alberto rientrava a Milano accanto alla sua amata Gianna (e all'adorata figlia Paola e al piccolo Leone) non ci facevamo mancare con le mogli la cenetta (con il filetto ai ferri che egli amava), trovando sempre il modo e il tempo per fare il punto sulla politica, sugli uomini, sulla società,sull'attualità. Traendo dallo scambio un convinto,divertito e reciproco beneficio.

Mi è stato vicino in questi anni, Alberto, prima nei giornali e poi nella mia pionieristica e faticosa sfida internettiana. Con discrezione e nel rispetto dei ruoli: sebbene conoscesse molta parte della storia della seconda Repubblica per averla vissuta in presa diretta sul Colle, non gli ho mai scucito una notizia, per intenderci a proposito della sua coriacea etica professionale.Ma Alberto c'era. E io lo sapevo. Nei momenti difficili, ero certo che all'occorrenza avrei potuto contare sul consiglio di un fratello che stava in alto (ma non ce n'è stato mai bisogno, per fortuna). Per due volte negli ultimi tempi da Milano sono sceso a Roma per presentare Affaritaliani al Palazzo della capitale. E per due volte Alberto ha gratificato me e i miei ospiti della sua presenza prestigiosa, chiacchierando a tavola la prima volta con gli ex ministri Ferrero e Parisi, la seconda con Fisichella e Lele Fiano.

Abbiamo tanto riso, tanto scherzato, in questi anni. E tanto parlato e raccontato reciprocamente, condividendo e confrontando fatti e personaggi, ambienti, storie ed episodi di vita italiana. E aneddoti(quelli che si potevano raccontare senza violare il segreto d'ufficio) come ad esempio quello tragicomico relativo all' incontro fortuito a un autogrill di un Ciampi affamato e fuori protocollo con un Valerio Staffelli di Striscia la notizia senza telecamere e preso alla sprovvista.

 Negli ultimi tempi le nostre analisi erano sempre più cupe e preoccupate sui destini dell'Italia,sull'asprezza dei conflitti istituzionali, sullo scadimento del livello politico complessivo, sullo scarso senso di responsabilità della classe dirigente, sull'assenza di prospettive per i giovani. E sempre più ci ritrovavamo in un crescente scetticismo di tipo flaianeo. Che però subito annegavamo nei cantuccini e nel vin santo, in una battuta e in uno scherzo liberatore. Perchè il bello di Alberto era l'ironia e l'autoironia, il piacere di vivere e l'arte di sdrammatizzare.

Ora Alberto ci ha lasciati.A suo modo, senza lunghe malattie e nel pieno della sua vitalità.Dicono sia la morte dei giusti, quella che non ti fa soffrire e ti porta via in un attimo.La morte che probabilmente avrebbe voluto, come mi sussurra l'inconsolabile Gianna.

Quando muore un uomo così, allegro e volitivo, dinamico e positivo, quando scompare un uomo che  incontravi sempre con piacere per la carica di  vitalità che portava dentro e sapeva trasmettere, capisci quanto misteriosi e imperscrutabili siano le traiettorie esistenziali e il destino di ognuno.E come gli uomini siano, osservo' il filosofo Martin Heidegger, "gettati" nella vita, in cui entrano e da cui escono senza un apparente logica e plausibilità.Questo mi vien da pensare oggi davanti a questa dolorosissima notizia: penso che le persone come Alberto non dovrebbero spegnersi mai.

Grazie amico caro,maestro di vita, per quella saggezza, riflessiva ma semplice e gioiosa, che hai insegnato, a me, a mia moglie, alla mia famiglia. E per le ore liete che ci hai regalato. Tu e il ricordo di te per noi non morirete mai.

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