Quotidiani di partito: il conto è salato
Per quanto riguarda la pubblicità nazionale, per una buona metà si tratta di campagne pianificate su dieci-quindici testate fortemente polarizzate localmente, che nel loro insieme danno una buona copertura nazionale. E per comporre il puzzle, in ogni area viene privilegiato il capozona. Quindi, ancora una volta, la pubblicità nazionale viene distribuita in funzione della forza locale. Restano quelle campagne, spesso a sostegno di azioni di lobby, che appaiono solo sui quotidiani nazionali (tre-quattro testate) con l’obiettivo di colpire la classe dirigente. Una parte di queste può andare sui quotidiani politici, ma generalmente in modo residuale.
In definitiva, le testate politiche pagano la scarsa specializzazione geografica e per tipologia di lettori.
Se le copie rendono meno, i costi fissi per la produzione dell’originale dovrebbero essere più bassi. Nelle redazioni dei quotidiani maggiori c’è un giornalista ogni 1.200-1.400 copie vendute al giorno, mentre nei buoni giornali provinciali la soglia è di un giornalista ogni 6-800 copie. Considerando che le copie dei quotidiani politici portano un contributo ai costi fissi che è di circa un terzo rispetto a quelle dei giornali commerciali, per essere in equilibrio queste testate dovrebbero avere mediamente un giornalista ogni 1.500-2.000 copie giornaliere vendute. Insomma, in molti casi, le redazioni dovrebbero diventare molto piccole. Ma probabilmente per giornali come questi, la vocazione generalista rischia di essere velleitaria anche per i loro lettori più affezionati: spesso, i giornali partigiani si comprano per le opinioni di collaboratori che scrivono per ragioni extra-economiche.
IL CONTRIBUTO PUBBLICO
I più importanti contributi pubblici per i giornali politici sono quelli erogati dal Dipartimento per l’editoria a quotidiani organi di partito, quotidiani editi da cooperative di giornalisti e quotidiani editi da cooperative ed enti morali. A questi andrebbero poi sommati altri finanziamenti sulle spese postali per abbonamenti e i rimborsi per alcune voci di spesa. Se si escludono i due quotidiani con tirature maggiori, che nel 2006 hanno ricevuto oltre 13 milioni di euro, le altre testate ricevono mediamente da 46 centesimi a 1 euro per copia venduta, un livello pari al prezzo di copertina, e si arriva a oltre 2 euro per copia venduta per alcune testate con vendite particolarmente basse. Il fatto che gli incentivi siano calcolati a partire dalle copie tirate e non da quelle vendute spinge a forti inefficienze nella distribuzione. Inoltre, bisognerebbe domandarsi se in una congiuntura di crisi dell’editoria, i finanziamenti pubblici non dovrebbero fornire incentivi ad adottare innovazioni tecnologiche più consone a mezzi di comunicazione come questi, che coinvolgono comunità piccole, disperse sul territorio, poco interessanti dal punto di vista pubblicitario, per le quali probabilmente sono più adatte forme distributive come gli abbonamenti e la presenza su un sito internet.
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