Fini-Berlusconi/ La guerra finale

Mercoledì, 9 settembre 2009 - 20:00:00


fini
Gianfranco Fini


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"Ho saputo che c'è stata una telefonata molto positiva tra Berlusconi e Fini". Lo ha detto il ministro della Difesa e coordinatore nazionale del Pdl, Ignazio La Russa, lasciando palazzo Grazioli al termine di una riunione tra il presidente del Consiglio e il gruppo dirigente del Pdl.

Gianfranco Fini credeva di avere più tempo per tessere la sua tela. Di costruire giorno dopo giorno, forte del ruolo istituzionale di presidente della Camera, la sua immagine di leader di un centrodestra europeo alla Sarkozy, laico e libertario, attento ai diritti, moderno, moderato, ostile al populismo e all’antipolitica. Non che al primo congresso del Pdl, quando indicò apertamente i punti di dissenso con Silvio Berlusconi e con l’asse Pdl-Lega, dichiarando la sua posizione "minoritaria", non avesse messo in conto le tensioni con il premier. Ma non era prevedibile una collisione così ravvicinata. Invece la reazione del Berlusconi, finito sulla graticola e minacciato nella solidità della leadership, non ha risparmiato nessuno. Né i nemici, né gli alleati fuori linea.

Il cannoneggiamento di Vittorio Feltri ha esposto Fini di colpo in uno scontro politico che non aveva preparato. Ma un leader politico, se aggredito, deve saper reagire. Per questo Fini ha deciso di lanciare il suo segnale. Tanto aspro quanto quello che Berlusconi gli aveva riservato. Ai suoi Fini ha anche detto che giovedì a Gubbio, alla scuola di formazione del Popolo della Libertà, dirà chiaramente la sua. Ribadirà le sue proposte sulla cittadinanza italiana per gli stranieri dopo cinque anni e non più dieci (idea che ha fatto infuriare il Carroccio ma anche ex esponenti di An come Gasparri). Le sue obiezioni alla legge sul biotestamento approvata dal Senato e difesa dal Vaticano. La sua idea di unità nazionale. La sua concezione di partito strutturato, aperto e capace di autonomia rispetto al governo. Non è chiaro fin dove scaverà Fini sui punti di dissenso. In ogni caso i suoi si aspettano che parlerà e guarderà al Pdl di domani. Insomma, al dopo-Berlusconi, per usare l’espressione che in assoluto piace meno al capo.

La rete che il presidente della Camera ha costruito attorno a sé non è una vera e propria corrente organizzata: comprende una Fondazione (Farefuturo), un tink-tank (il Forum delle idee, coordinato da Fabio Granata), il giornale Il Secolo, un gruppetto di parlamentari fedelissimi guidati da Italo Bocchino. Lo scontro potrebbe anche dare il via alla corrente (e Granata già annuncia: "Chiederemo l’incompatibilità tra gli incarichi di coordinatore del partito e quelli di ministro" - attacco a La Russa).

"Ma dove va Fini?" ripetono continuamente gli uomini di Berlusconi, attribuendo al capo la domanda. Di certo, il solo evocare il dopo-Berlusconi scatena nell’interessato la massima reattività. Il fuoco sparato in questi giorni in ogni direzione vuole dimostrare che il primato è talmente saldo nelle mani del premier da rendere ancora plausibile anche la minaccia di elezioni anticipate a primavera, insieme alle tanto attese Regionali. Ed è questo un punto cruciale dello scontro con Fini. Il presidente della Camera, come dice Alessandro Campi, uno degli intellettuali a lui più vicini, immagina un Pdl che sia l’esatto contrario della "destra populista, rabbiosa e urlante che si è praticata in questo Paese". Ma il presidente della Camera è anche l’alleato istituzionale di quel Capo dello Stato che è pronto a fare il possibile per evitare elezioni anticipate motivate da Berlusconi solo come un rilancio.

Fini non parla più con Berlusconi ormai da fine luglio. Invece ha ricominciato a dialogare con Pier Ferdinando Casini. Non che lo strappo della nascita del Pdl (con l’estromissione dell’Udc) possa considerarsi ricucito. Ma nel dopo-Berlusconi le strade potrebbero incrociarsi di nuovo. Fini occupa oggi il posto che dal 2001 al 2006 fu di Casini. E nei rapporti personali con Berlusconi sembra di rivedere immagini del passato. Subito dopo il 'predellino' si parlò di una possibile Kadima italiana (modello Israele), un partito "della nazione", di centro e non ideologico: un contenitore nuovo per tenere insieme An, Udc e magari qualche scontento del Centrosinistra. Non se ne fece nulla. Anzi Fini portò An in direzione contraria. Ora l’Udc sta provando da sola a fare qualcosa di simile. E Fini non ha più An con sé. O meglio ha un partito più grande, del 35%, sul quale ripone le sue ambizioni future. Berlusconi però ha già usato il pugno di ferro con Casini. E molti pensano che sia pronto a ripetere l'operazione.

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