Galan all'attacco di Tremonti, Sacconi e Brunetta
Erano terrorizzati i colonnelli del Pdl, perché conoscono Giancarlo Galan e sanno bene, come ha ammesso il vice governatore Marino Zorzato presentandolo sul palco di Cortina, che «è inutile chiedergli di contenersi, tanto alla fine fa sempre come gli pare». Non ha deluso neppure questa volta, il ministro della Cultura, l'unico a salire sul palco e affrontare senza tentennamenti il solo argomento che davvero monopolizza i chiacchiericci e i caffè dei pidiellini all'ombra delle Dolomiti: la crisi del governo, la manovra che non piace a nessuno, lo scollamento tra il partito e il suo popolo. E non si è nascosto, dietro quel leggio «troppo alto per Brunetta e troppo basso per me», andando subito al punto: «Non abbiamo mai vissuto un momento tanto difficile nella nostra quindicinale storia politica». Sospiri di sollievo in platea: allora non lo pensavamo soltanto noi.
Sono tali lo «smarrimento, l'ansia e la solitudine» di Galan di fronte a una manovra «che non ha una grande visione, un orizzonte lungo, che non pensa ai nostri figli ma si premura soltanto di tappare un buco, di rattoppare l'oggi», da spingerlo a scrivere un'accorata lettera al premier Berlusconi, «l'uomo a cui devo tutto, che non ho tradito quando più mi sarebbe convenuto e in tanti me lo chiedevano (alle ultime Regionali, ndr) e che certo non tradirò oggi, nel momento di maggior difficoltà». Una lettera molto «veneta», in cui Galan avverte: «Se persone come Giannino Marzotto, Stefano Beraldo o Enrico Marchi, amici più amici di ogni autentico amico e che lo sono stati fin dalla prima ora, decidono di andarsene, di non condividere più con noi sogni, generosi rapporti personali di amicizia, adesioni progetti comuni che richiedono tempo, fedeltà, perseveranza, significa probabilmente che la via maestra è stata smarrita, e questo perché forse ci siamo perduti fra pensieri e parole privi d fondamento reale». Per Galan la rivoluzione liberale annunciata nel '94 è stata tradita, «anche se certo molte cose sono state fatte», e questo perché «le nostre attuali debolezze e incertezze sono dovute, in larga misura, all'aver smarrito le idee e le pratiche del liberalismo, che è stato corroso da troppi farisei, da troppe attese deluse. Ecco perché la mancanza, o peggio la decomposizione del liberalismo migliore allontana da noi anche gli amici più sinceri, più leali, più disinteressati».
I farisei, per Galan, sono i socialisti al governo, piazzati nei ministeri che più contano, e con solide radici in Veneto, da Tremonti all'Economia («Socialista che pensa e agisce da socialista, basta leggere i suoi libri») a Sacconi al Welfare («Uno che abbiamo dovuto candidare in Basilicata, nel '94, perché rappresentava la vecchia politica»), a Brunetta alla Pubblica amministrazione («Ma lui meno, perché poi agisce da liberale»): sono loro, per l'ex governatore, ad aver snaturato l'azione del governo, «ormai ridotto alla sua forma peggiore, quella di un esecutivo dalla retorica liberale ma dai provvedimenti socialisti, che mirano ad uno Stato ricco fatto di cittadini poveri». Per Galan non è ancora troppo tardi, sebbene siano ormai passati 17 anni dalla discesa in campo: «Dobbiamo rimuovere i tappi che bloccano la fantasia di Berlusconi, anche fuori dal governo, ritrovare coraggio e fantasia, rilanciare le idee delle origini e che non abbiamo realizzato. C'è tanto da fare e va fatto in fretta, altrimenti è sicuro, perdiamo le elezioni».
Galan chiude provando a indicare un decalogo di azioni da intraprendere per «semplificare la vita dei cittadini», dall'eliminazione delle Province a quella delle Camere di commercio, dalla riduzione dei parlamentari a quella dei farmaci gratuiti, dalla sottrazione dell'Urbanistica ai Comuni alla vendita degli immobili e delle partecipazioni statali, per dirne solo alcune. «E poi la classe dirigente: è vecchia, nelle idee prima ancora che nell'età».



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