La verità sullo scontro Berlusconi-Fini. Tutto ruota attorno al 'Lodo Alfano'...
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Governo/ Berlusconi: Fini super partes. E sulla Giustizia il premier accelera |
Lo scontro tra il premier e il presidente della Camera sull'eccessivo ricorso allo strumento della fiducia da parte del governo segna il punto più basso nei rapporti tra i due leader del Popolo della Libertà. Nel Palazzo c'è poca voglia di parlare, almeno a microfono acceso, tanto in casa Forza Italia quanto tra gli esponenti di Alleanza Nazionale. L'imbarazzo è forte, d'altronde, e ogni parola potrebbe mettere in crisi il processo di unificazione dei due principali partiti di Centrodestra. In realtà, però, la nascita del Pdl c'entra poco con l'ultima battaglia tra il Cavaliere e il suo eterno delfino.
Stando alle voci che circolano nella Roma del potere, e raccolte da Affaritaliani.it, la chiave di lettura sarebbe molto più profonda, tanto da interessare direttamente Palazzo Chigi e la leadership dell'esecutivo. Il tutto ruota attorno al 'Lodo Alfano', il provvedimento che mette al riparo le quattro più alte cariche dello Stato dai processi, almeno fino al termine del loro mandato. Da quando è entrato in vigore Berlusconi è invincibile, la via giudiziaria non può nemmeno scalfirlo (come invece accadde con il famoso avviso di garanzia a mezzo Corriere della Sera durante il G8 di Napoli nel 1994).
Ma sul Lodo, oltre alla richiesta di referendum dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, pesa soprattutto il giudizio della Corte Costituzionale. E l'ipotesi che la Consulta lo bocci non è affatto peregrina, sussurrano nei corridoi del Palazzo. E se il Lodo Alfano dovesse decadere, il premier sarebbe costretto ad affrontare la difficile sentenza del processo Mills di Milano e ricomincerebbe il tormentone degli ultimi venti anni. Che fare in caso di condanna? O comunque con il presidente del Consiglio impegnato tra i vertici internazionali e le aule di tribunale?
Il sostituto naturale per la guida del governo è all'interno dell'attuale maggioranza, vista anche la crisi del Partito Democratico e l'impossibilità di tornare nuovamente alle urne con questa legge elettorale. Fini è il vero jolly, sia dal punto di vista dei vertici istituzionali, sia per i poteri forti che hanno dovuto accettare il ritorno di Berlusconi (ma anche per i giudici della Corte che devono decidere sul Lodo). E' una carica istituzionale, la terza, non ha ruoli all'interno del Popolo della Libertà e soprattutto con le sue uscite sulla Giustizia e sul ricorso alla fiducia gode di quella stima nell'opposizione che potrebbe facilitare un percorso condiviso di riforme. Un feeling con Veltroni che Berlusconi ha seppellito da mesi.
L'unica incognita resta ovviamente la Lega Nord. Bossi si fida solo del Cavaliere - federalismo in testa - e con Fini i rapporti non sono mai stati idilliaci. L'Udc non basta per sostituire il Carroccio, numeri alla mano, a meno che non si pensi a un governo di unità nazionale con il Partito Democratico. Probabilmente l'unica vera via d'uscita in caso di empasse. Ma non finisce qui. L'affondo del presidente della Camera è arrivato sul decreto anti-crisi che contiene 50 milioni di euro per Roma. Ovvero per il sindaco Gianni Alemanno, sempre più vicino al ministro dell'Economia Giulio Tremonti. E il titolare di Via XX Settembre, in modo più defilato rispetto a Fini, e l'altro big in corsa per la successione a Berlusconi. Per questo il numero uno di Montecitorio ha voluto colpire anche l'ex ministro dell'Agricoltura, al fine di indebolirlo in quanto pericoloso alleato del rivale Tremonti...



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