Fatta la Libia ora bisogna fare i libici

Venerdì, 21 ottobre 2011 - 16:29:53

Di Massimiliano Santalucia
 

Libia anno zero. Con la morte di Gheddafi e la liberazione di Sirte si chiude (per ora?) la fase della guerra di Libia e dell'intervento Nato. Ora la prossima mossa sarà quella di ricostruire un paese non solo dal punto di vista infrastrutturale ma soprattutto istituzionale. L'ex-colonia italiana è priva praticamente di tutto; a differenza di Tunisia ed Egitto in cui comunque vi erano una burocrazia statale (per quanto inefficiente e corrotta) ed alcune istituzioni solide come le forze armate, la Libia è stata gestita come un'azienda privata da un clan familiare. Il caso più eclatante è quello delle forze armate, relegate a un ruolo secondario rispetto alle milizie private di mercenari africani al servizio dei figli del Rais; gruppi che hanno combattuto fino alla fine più perché legate alla fedeltà verso un personaggio piuttosto che a quella per il paese. Un elemento questo che ha reso più difficile in Libia un esito della crisi simile a ciò che si è visto invece negli altri paesi del Nordafrica.

Malgrado la situazione ancora instabile e confusa è però possibile individuare già un primo vincitore. Francia e Gran Bretagna, che hanno guidato l'intervento contro Gheddafi, sono i soggetti che maggiormente possono rallegrarsi dell'attuale andamento degli eventi in Libia. Londra e Parigi hanno cominciato il loro intervento senza avere (apparentemente) un piano strategico per il lungo termine. I ribelli erano male armati ma soprattutto male addestrati e sembrava che, malgrado si fosse bloccata l'avanzata di Gheddafi verso Bengasi, ci fosse il rischio d'impantanarsi in una guerra di posizione in cui al Rais era sufficiente sopravvivere per poter cantare vittoria.

La caduta del regime dittatoriale e il consenso che i rivoltosi sembrano godere presso la maggior parte della popolazione rappresentano un successo per Parigi e Londra tanto sul piano strategico quanto su quello dell'immagine.

ATTENZIONE, LE IMMAGINI SEGUENTI PER LA LORO CRUDEZZA
POSSONO URTARE LA SENSIBILITA' DEL LETTORE

 

gheddafi morto 2

Il Rais morto e i ribelli in festa - Guarda la gallery



In particolare nel primo caso le due capitali non solo sono riuscite a mettere le mani sulle preziose risorse energetiche libiche, ma hanno ora la possibilità d'instaurare un regime "amico" sulle sponde del Mediterraneo. L'operato dei due paesi presenta indubbiamente delle perplessità sul piano morale. La risoluzione ONU non prevedeva un impegno diretto a fianco dei ribelli così come è discutibile la legittimità di intervenire negli affari interni di un paese. Tuttavia gli aspetti morali occupano spesso un posto secondario nelle decisioni di politica estera a tutto vantaggio di considerazioni puramente strategiche. Questo capita a Washington, a Londra o a Parigi quando si tratta di giustificare un attacco a un paese sovrano con la scusa dell' "ingerenza umanitaria". E lo si  riscontra anche a Mosca, a Pechino (e forse a Roma) quando si devono ignorare i massacri dei civili in Siria o a Bengasi con il pretesto che "non si può interferie nelle questioni interne di un paese".

Proprio su questioni strategiche Francia e Gran Bretagna hanno riportato (per ora) un indubbio successo, un successo ottenuto anche a scapito dell'Italia. A meno di grossi colpi di scena saranno loro a diventare i partner privilegiati, ruolo che negli ultimi anno era spettato all'Italia. Come spiega però ad Affaritaliani.it il professor Massimo De Leonardis, docente di relazioni internazionali preso l'Università Cattolica di Milano, Roma non è ancora completamente esclusa dal gioco libico. "Sicuramente Londra e Parigi hanno rinforzato le loro posizioni a scapito nostro. Però l'Italia non è ancora del tutto fuori. L'ENI ha già detto che riprenderà la sua attività in Libia e anche altre compagnie italiane sono pronte al lavoro. Più che dall'azione del governo italiano la nostra posizione nel paese dipenderà da come si muoveranno le nostre aziende."

In favore della posizione di forza franco-britannica nel paese sembra giocare anche il fatto che la popolazione libica abbia apprezzato l'intervento militare. In genere l'intervento straniero in un paese rischia sempre di essere visto come un atto colonialista, ma non sembra essere questo il caso della Libia. "I termini delle relazioni fra Libia e Occidente devono ancora essere definiti" dice ad Affaritaliani.it il professor Larbi Sadiki, docente di politica mediorientale preso l'università di Exeter in Gran Bretagna. "L'impressione però è che molti in Libia siano pronti ad accettare, almeno all'inizio, una sorta di tutela occidentale così come capitò negli anni cinquanta quando le Nazioni Unite intervennero nella costruzione del nuovo stato."

Ma se nell'immediato Londra e Parigi possono sorridere, nel lungo termine la transizione libica presenta molti rischi; pericoli che possono mettere a repentaglio i vantaggi strategici conquistati dai due paesi europei. Finora i ribelli hanno combattuto uniti, ma il loro collante era l'odio anti-Gheddafi e non si può escludere che ora le divergenze possano emergere in modo anche violento. In particolare si temono un rafforzamento dei movimenti islamisti e il pericolo di una frammentazione del paese per linee etniche. Su quest'ultimo punto il rischio trova il suo fondamento nella storica presenza di diverse tribù, spesso in contrasto fra di loro, sul territorio libico e che Gheddafi ha messo le une contro le altre. "La divisione del paese secondo schemi tribali è sicuramente una possibilità" aggiunge il Professor De Leonardis. "Così come l'Iraq e altri paesi dell'ex-impero ottomano, la Libia è una creatura artificiale la cui composizione e fisionomia non è mai stata chiara o facile da comprendere.  Il rischio che col tempo certi conflitti interni esplodano esiste."

Più difficile da inquadrare è invece la questione della potenziale ascesa dell'integralismo islamico. I partiti islamisti nel paese sono molto ben organizzati, ma non è assolutamente scontato che siano in grado di diventare una forza egemone né che la popolazione sia disposta ad accettare un califfato.

"Gli islamisti hanno dato il loro contributo nella lotta a Gheddafi, non si può pensare di tagliarli fuori" dice ancora il professor Sadici. "Bisogna renderli parte del processo di transizione democratica, questo potrebbe bloccare le frange più estremiste. In ogni caso non c'è nessun altra alternativa, escluderli a priori sarebbe ancora più rischioso ."

Non è ancora chiaro come Londra e Parigi intendano far fronte a questi possibili rischi dello scenario libico. I vantaggi che hanno acquisito con la cacciata di Gheddafi sono notevoli, ma se la Libia resta un focolaio d'instabilità questi benefici a lunga scadenza rischiano di diventare effimeri.  Aver messo le mani sui giacimenti di risorse naturali servirà a poco se poi non li si potrà sfruttare a causa dei problemi politici interni.

Dopo aver vinto la guerra Francia e Gran Bretagna devono ora dimostrare di saper vincere anche la pace. E questo potrebbe almeno altrettanto difficile di quanto non sia stato riportare la vittoria militare.

 

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