E' arrivato il momento della vera democrazia in Medioriente?

Lunedì, 31 gennaio 2011 - 08:02:00

di Vincenzo Caccioppoli

Il sito di (dis)informazione Wikileaks in questi terribili giorni di rivolta in Egitto, ha trasmesso, dopo alcuni giorni di silenzio assoluto, un cablogramma della solita diplomazia americana, che parlava di accordi fra gli Stati Uniti e dissidenti egiziani per provocare una rivolta che rovesciasse il regime di Mubarak. E d’altro canto lascia un po’ stupiti l’atteggiamento della stessa amministrazione americana alla rivolta egiziana, molto prudente e assai critico verso il regime del dittatore “democratico” del Nilo, che loro stessi hanno alimentato,con circa 1 miliardo e mezzo di dollari ogni anno. Infine il generale Sami Annan, capo dello stato maggiore dell’esercito era negli Usa per una serie di incontri ma è tornato precipitosamente in patria. E proprio la sua presenza – per altre ragioni - nella capitale americana ha contribuito ad alimentare ulteriori ipotesi e sospetti su un possibile coordinamento con l’alleato americano. Non si sa forse sono le solite supposizioni dei dietrologi di professione, ma di certo il rais egiziano aveva da tempo perso la assoluta benevolenza e riconoscenza da parte dell’alleato americano, che forse aveva capito che la politica del supporto di poteri autoritari che nascondevano le loro malefatte in patria con un atteggiamento molto democratico e equilibrato nella politica estera, non paga più ed anzi alla lunga rischia di essere controproducente. Qualcuno ha anche affermato che in questi giorni stia avvenendo una sorta di 89 del medioriente con le rivolte che stanno coinvolgendo ad effetto domino tutti quei paesi che sono governati da governi solo in apparenza democratici.

Le analogie sono tante ma le situazioni assai differente e ben più pericolose di allora, considerando la situazione di instabilità che governa quella zona del globo. Non è un caso se Venerdì, quando la rivolta in Egitto ha assunto contorni sempre più tragici, la Borsa di Wall street ha improvvisamente virato in negativo e il petrolio è schizzato in su di 4 dollari, la finanza spesso è molto più lungimirante dei politicanti e prevede assai prima quelle che possono essere le conseguenze dei fatti. I fatti infatti sembrano nebulosi e poco chiari ma gli scenari che si potrebbero aprire potrebbero creare una situazione esplosiva. Lascia ancora una volta assolutamente stupefatti l’assoluto silenzio da parte dell’Europa, che di questa situazione vuoi per la posizione geografica vuoi per la vicinanza con certi paesi del Maghreb dovrebbe invece occuparsi come priorità assoluta.  

Ma l’Europa come entità politica non esiste e non può certo crearsi una politica estera comune, ognuno impegnato nel proprio orticello personale ( stendiamo un velo pietoso sul nostro attuale orticello personale ), mentre il mondo decide senza nemmeno chiedere il parere all’unione europea, che ripetiamo da questa situazione di instabilità è quello che forse ha maggiormente da temere. Il pericolo Iran è dietro l’angolo, molti forse hanno dimenticato gli entusiastici commenti dei governi europei all’arrivo di Khomeini dopo la rivolta popolare che aveva sovvertito il potere in Iran governato dallo scià. I risultati ora sono sotto gli occhi di tutti. Gli americani forse se ne rendono conto e devono cercare un compromesso che possa portare riforme più eque per un popolo gravato da venti anni di povertà e scarsa crescita, che ormai è affamato e accecato dalla povertà e dalla mancanza di lavoro. In una situazione come quella attuale le sirene del fondamentalismo islamico, che da tempo covano sotto le ceneri, potrebbero alla lunga avere la meglio sulla democrazia e creare un nuovo focolaio in una paese, come quello egiziano, fondamentale per la stabilita in medioriente.

Il presidente Barack Obama ha ribadito il suo impegno affinché le autorità egiziane si muovano sulla strada delle riforme e ha ricordato che gli Stati Uniti sono dalla parte della tutela dei diritti universali, offrendo sostegno morale al popolo egiziano. Obama mantiene dunque un basso profilo, senza fare commenti sulla decisione presa da Mubarak che durante la giornata ha nominato un vicepresidente per la prima volta da quando trent’anni fa ha preso potere in Egitto. Il neo vicepresidente è Omar Suleimen, il capo dei servizi segreti egiziani, che gode della stima dei funzionari della Casa Bianca. L’amministrazione Obama è preoccupata del vuoto di potere che si creerebbe nel caso di una rapida uscita di scena di Mubarak che è stato un pilastro della politica estera americana in Medio Oriente e teme l’ascesa dei gruppi islamici come i Fratelli Musulmani che si oppongono alla secolarizzazione del paese.

Un consigliere di Obama ha detto sabato al New York Times che “è chiaro che è il tempo di Mubarak è finito, ma se questo è il momento per un cambiamento politico verso un Egitto pluralista è una decisione che solo il popolo egiziano può prendere”. Ma d’altro canto questa rivolta dal basso che sta attraversando come un tornado tutta la zona mediorientale e del nord africa alla fine potrebbe anche rivelarsi una fortuna per gli Stati Uniti, che da quarant’anni cercano di esportare un briciolo di democrazia in quella disgraziata parte del mondo. Forse perciò questa situazione potrebbe essere alla fine anche un vantaggio per l’amministrazione Obama e per la sua fino ad ora piuttosto deficitaria politica estera, ma a patto che essa sia bene controllata, perché un semplice errore di sottovalutazione potrebbe avere effetti devastanti.

 

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