E la Lega si slega dal cerchio magico
Di Giuseppe Baiocchi

Spiegano gli storici e gli studiosi del comportamento in relazione al potere che chi ha esercitato a lungo una leadership o una sovranità carismatica tende fatalmente a circondarsi di un gruppo ristretto di collaboratori che sono tanto più stupidi quanto più sono fedeli. E svolgono in maniera spietata la funzione di intercapedine, di "filtro" insuperabile che fa arrivare al Capo soltanto le notizie (e le persone) gradite alla Corte.
E quanto accaduto da tempo nella Lega, dove oltretutto la grave malattia di Bossi ha favorito oltremisura il nucleo di "badanti", indotti a spartirsi il potere (pure quello economico) e a guidare dall'alto il saliscendi della nomenklatura del Carroccio. La politica però è un affare complicato, che richiede cultura e sensibilità non comuni, ancora più necessarie in tempi agitati e incerti come quelli attuali. Nel giro di pochi mesi infatti, dal voto di primavera nelle città alla crisi finanziaria all'improvviso cambio di governo, un partito antico e complesso come la Lega ha dimostrato un deficit di politica, lasciato di fatto nelle mani del capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, giovane dalle trasparenti ambizioni e dall'indubbio talento organizzativo ma dagli altrettanto evidenti limiti culturali e strategici.
Si è sempre detto che "la Lega è Bossi", anche perché il vecchio leone è stato l'unico capace di visione strategica, di senso del tempo e di abilità manovriera nei meandri indecifrabili del Palazzo. E in fondo il riconoscimento del ruolo indispensabile di Maroni, giunto ieri sera nell'affollato incontro di Varese, è la lucida zampata del padre-padrone che, con il consueto realismo, prende atto di una realtà magari diversa dalle sue inclinazioni (o dalle descrizioni deformate che gli venivano dalle badanti) e accetta il cambio di prospettiva e la fisiologia democratica dei congressi per salvare la sua vera creatura, quella Lega concepita e fondata nell'irrisione pubblica e nella solitudine politica trent'anni orsono.

Per salvare la "creatura politica" non è escluso il ridimensionamento delle creature di sangue, a cominciare dal "Trota", che pure in casa veniva candidato in fretta ad una piena successione dinastica e per questo spesso esposto nell'apprendistato politico a imbarazzanti scivoloni.
Che l'ex ministro dell'Interno mirasse lucidamente a questo sbocco conclusivo lo si era anticipato proprio su queste colonne. Ed appariva da tempo l'evoluzione più naturale e fisiologica : bastava mettere in fila ordinata la storia del Carroccio, le vicende personali dei protagonisti e il legame umano, amicale e politico consolidatosi nei decenni, fin da quando l'auto nuova dell'allora studente di Giurisprudenza venne sporcata dal secchio di vernice bianca che Bossi usava per spennellare di notte i primi slogan del movimento sulle grigie muraglie dei raccordi autostradali della provincia prealpina.
Una simile complicità positiva (e soltanto chi ha conosciuto la povertà sa essere davvero generoso) non poteva non portare a una morbida investitura. Non mancheranno i colpi di coda dell' "inner circle" e Bossi è troppo esperto per non porre innumerevoli condizioni. Il rischio più evidente per Maroni è adesso la voglia di stravincere, a cui lo spinge il suo "magico cerchietto" che lo porta un po' troppo in palma di mano. Ma sia per carattere che per l'abitudine di governo è consapevole che la sfida politica delle prossime stagioni è davvero impervia per un movimento dalle emozioni calde e dagli umori forti, da tempo smarrito e in cerca d'autore.


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