Di Pietro e Machiavelli
Di Gianni Pardo
Le norme non valgono più di coloro che le applicano. Se le interpreta un homo bonus, dicendi peritus (un galantuomo che sa di diritto, come i romani definivano il giurista), anche una legge mediocre darà buoni risultati. Viceversa non c’è legge, per quanto ben fatta, che in mano ad un giudice incolto o disonesto non conduca a risultati disastrosi.
Machiavelli ha stabilito la legge secondo cui in politica le norme etiche vanno invocate solo per ricavarne il cinico vantaggio di apparire virtuosi: nella realtà bisogna assolutamente guardarsi dall’applicarle, diversamente si darebbe ai nemici un vantaggio incolmabile. Il Principe deve lodare la verità senza dirla, predicare la santità della parola data senza mantenerla, celebrare il valore dei patti per poi violarli. Ma anche una legge “immorale” va applicata con intelligenza. Nel Cinquecento questi principi funzionavano perfettamente perché era un’epoca in cui la grande massa del popolo era composta da analfabeti; in cui mancavano i moderni mezzi di comunicazione; in cui bastava che il Signore si facesse vedere inginocchiato in chiesa per farsi credere un uomo buono e pio. Oggi è diverso. L’informazione penetra dappertutto. Un politico non può avere un’amante che i giornali lo scoprono; non può usare l’auto di servizio che rischia un processo per peculato; non può rimangiarsi un’affermazione che subito i media lo svergognano. Non è cambiato il diritto d’essere immorali in politica: è cambiata la facilità di beneficiarne. Oggi il segretario fiorentino si rassegnerebbe a dire: avete il diritto di essere dei farabutti, ma la cosa è talmente pericolosa che vi conviene essere morali.



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