Dino Boffo e la verità
Di Angelo Maria Perrino
![]() Dino Boffo |
Ci sia consentito sommessamente di intervenire, fuori dalla mischia e senza partigianerie, nella vicenda di Dino Boffo-Vittorio Feltri. Per osservare che l'ex direttore di Avvenire ha nella sua disponibilità, lui e solo lui, il modo inoppugnabile e incontrovertibile per recuperare il danno che lamenta di aver ricevuto nella sua reputazione, personale e professionale: mettere a disposizione della pubblica opinione e della libera stampa, nella sua intierezza, il fascicolo processuale del tribunale di Terni che lo riguarda, in cui vengono ricostruiti dai magistrati e dalla polizia giudiziaria i fatti di causa in oggetto. Non può pensare infatti, il collega Boffo (e con lui i suoi difensori a priori,per partito preso, tra i quali spicca per l'ardore apodittico il pur bravo e solitamente rigoroso e cartesiano D'Avanzo di Repubblica) di recuperare tutta intera la sua credibilità compromessa e di fugare il sospetto solo in forza della sua protestata, urlata estraneità. Egli ha portato avanti finora la sua tesi in modo assiomatico, con una sorta di autocertificazione: si pretende cioè che la sua estraneità dai fatti di Terni venga condivisa dagli altri a priori, sulla base dell'autorevolezza del suo pulpito, ossia della sua stessa sensibilità ferita e del giudizio morale che egli ha e fornisce di sè. Impossibile, a questo punto e per la piega che hanno assunto i fatti, le accuse e le controaccuse, le ammissioni e i dinieghi di un contraddittorio che è più volte entrato nel merito e che essendo divenuto pubblico non può che concludersi con atti e comportamenti pubblici. Boffo accompagni perciò alla sua protestata innocenza(ma non dimentichiamo che è stato condannato dal tribunale) la prova provata di quel che afferma. E lo faccia in quel modo che le moderne tecnologie consentono e garantiscono massimamente: metta in Internet tutto il fascicolo processuale, con tutti gli allegati e lasci che la pubblica opinione, a cui si è appellato rendendo nota sui giornali la sua lettera di dimissioni e sollecitandone la solidarietà, possa farlo non per fede ma a pieno titolo, con completa cognizione di causa, avendo cioè potuto verificare direttamente,alla fonte, la fondatezza della sua protestata estraneità.
Noi, viste le carte, gliene daremo atto con la massima evidenza su Affaritaliani.it.
Oppure, se questa procedura sembrasse a Boffo poco rispettosa della privacy dei personaggi coinvolti(come finora è stato motivato l'occultamento degli atti) incarichi una commissione di tre saggi indipendenti, un giornalista, un professore di diritto penale e un filosofo, di studiare il fascicolo, esaminare il caso ed esprimere, in scienza e coscienza, un verdetto di sintesi motivato, omettendo semmai nomi e circostanze concordemente ritenute meritevoli di essere protette dal segreto e dall'anonimato. Senza questo passaggio di trasparenza e altrui rispetto, che servirebbe anche ad eliminare l'obbrobrio giuridico senza precedenti di un processo ormai giunto a sentenza (in nome del popolo italiano) e poi incredibilmente secretato (obbrobrio che rilancia i sospetti e apre una falla nella credibilità dell' autodifesa di Boffo) non si potrà mai auspicare una chiusura del caso incontrovertibile e definitiva.Che non può che passare attraverso la via maestra dell'acquisizione di una verità certa, ossia intersoggettiva, verificabile, trasmissibile e ripetibile. Come suggeriva Galileo("Non tentar l'essenza")a proposito della differenza tra conoscenza scientifica e opinione. Come ci hanno insegnato i filosofi e gli epistemologi, da Aristotele a Sant'Agostino a Popper. E come hanno condiviso anche i teologi . Da ultimi ma non ultimi papa Wojtyla e papa Ratzinger, secondo i quali "senza verità non c'è libertà". Di nessuno. Dunque non c'è libertà neanche di Boffo. Né di noi, cittadini inconsapevoli, tirati in ballo nella nostra quiete agostana dagli articoli de Il Giornale ma anche dalle fragorose e pubblicamente argomentate dimissioni di Boffo.E trascinati dal clamore del caso e dal grido di dolore del direttore dimissionario di Avvenire, a occuparci, svogliatamente, della sua vita privata.



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