Tonino e l'irrefrenabile passione per il denaro

Lunedì, 19 gennaio 2009 - 09:34:00


Di Gianni Pardo

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Il caso di Antonio Di Pietro è interessante dal punto di vista psicologico. È possibile che abbia veramente la passione per la giustizia: l’onore di essere lui il Pubblico Accusatore Numero Uno, il nuovo Robespierre, il nuovo Saint-Just. Sicuro è però che ha anche un’irrefrenabile passione per il denaro. Sostiene di non avere nulla da rimproverarsi, dal punto di vista penale, ed effettivamente fino ad ora i procedimenti che lo hanno riguardato sono stati tutti archiviati. Tuttavia, le motivazioni non hanno convinto tutti e ancora oggi una tenace campagna di stampa lo incalza, ponendo inquietanti domande. Ma soprattutto c’è un punto da sottolineare: le accuse riguardano sempre utilità economiche. Perfino quando si ipotizzano reati senza un immediato provento economico, per esempio il falso di cui parlava l’avv. Di Domenico, tutto serve per incassare denaro.

Attualmente i giornali gli chiedono conto delle somme con cui ha comprato molte case e in questo c’è qualcosa di significativo: chi non ama il denaro in sé, è capace di spenderlo in lussi, di andare al casinò, di dare grandi feste; chi invece ha una mentalità popolare, si direbbe anzi contadina, ama la “roba”: la ricchezza concreta, il mattone, la proprietà immobiliare. “Case e terreni”, si diceva una volta. Ed è questo il mondo di Tonino.

Altro elemento caratteristico della personalità di quest’uomo, anch’esso vagamente arcaico, è il suo familismo. L’amico più intimo di Berlusconi è Fedele Confalonieri: con lui ha condiviso una vita, anche professionale; per Di Pietro invece – anche per quanto riguarda “gli affari” – gli amici più intimi sono sua moglie e poi figli, cognati e parenti vari. Gli altri, salvo la signora Mura, appaiono e scompaiono. Spesso si allontanano sputando fiele sull’uomo col quale si erano momentaneamente alleati: basti pensare a Elio Veltri. Altri – per esempio Occhetto e il citato Di Domenico – gli intentano addirittura causa, accusandolo di essersi impossessato del loro denaro. Di Pietro sembra pensare che solo il legame di sangue conti qualcosa. Infatti da un lato si è fidato sempre solo dei parenti, dall’altro li ha beneficati per quanto ha potuto, fino a mettersi nei guai per il figlio Cristiano.

Di Pietro non sembra un contemporaneo. Non sembra un uomo che è arrivato ad essere ministro e capopartito. Come prova anche il suo eloquio incerto, è rimasto un povero in spirito. Uno che, anche ricco e laureato, rimane semplice e povero, nel cuore. Addirittura un po’ affamato. Si direbbe che mentre un Soru voleva il successo, e fra l’altro ha fatto i soldi, Di Pietro voleva i soldi e li ha avuti attraverso il successo.

Quand’anche i giudici (non la storia) dovessero decidere che non ha nulla da rimproverarsi, e che tutti i vantaggi economici di cui ha goduto da quando era un oscuro pm milanese sono stati leciti, rimarrebbe il fatto che questi vantaggi sono tutti economici e lui ha fatto di tutto per averli. Ciò provoca una sorta di stringimento di cuore. La stessa compassione che sente il povero orchestrale nei confronti di chi non apprezza la musica classica, o che può avere il professore di lettere nei confronti di chi non ha mai goduto della letteratura. Che infine può sentire il grande uomo politico che non pensa al denaro non perché non gli piaccia, ma perché ci sono cose che gli piacciono di più: l’influenza, il potere e infine il giudizio positivo della storia nazionale.

È questa la differenza fra Di Pietro e Andreotti. Di quest’ultimo non sappiamo quante case ha.

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