De Magistris: Vendola? E’ il vecchio

Sabato, 3 settembre 2011 - 13:00:00


de magistris napoli 7
De Magistris
In due ore le 176 pagine dell'intervista di Claudio Sabelli Fioretti a Luigi de Magistris («Di Lotta e di governo», edito da Aliberti, 16,50 euro, da oggi nelle librerie) filano lisce come l'olio. La tecnica di Sabelli è sopraffina: domande brevi, ritmo incalzante, per blocchi, più che per veri e propri capitoli, che sfumano nel finale e poi si ritrovano in qualche altro punto, e si fissano nella memoria. Ne esce un de Magistris assai diverso da come lo si è dipinto: c'è l'ego ipertrofico, ma non una certa antipatia che pure ha caratterizzato parte della sua vicenda; c'è il dolore per il sogno svanito di una carriera in magistratura, ma anche il compiacimento per un brillante futuro politico. C'è la furbizia (e come dargli torto) e quindi la critica, per la magistratura e per la classe dirigente cominciando dal suo partito, mascherata da autocritica.

Ci sono poi scampoli di vita, del «comunista e credente» de Magistris, che tiene il Vangelo sul comodino («un testo rivoluzionario»), ma vorrebbe il crocifisso fuori dalle aule scolastiche e dai tribunali. Dell'uomo che piace alle donne («è un fatto che sta lì. Oggettivamente lo constato»), che ha la tendenza a trattare male le persone che ama (moglie e madre in primis, un classico maschio alfa), ma è romantico («non mi piace il sesso senza amore), che ha poca pazienza coi figli («a differenza di mio padre, che ne aveva molta con me»), a cui «piace molto il mondo omosessuale, perché penso sempre che là c'è molta sensibilità».


«Se tu avessi chiuso gli occhi di fronte alle cose che vedevi», attacca Sabelli Fioretti. «Avrei fatto una brillante carriera in magistratura», risponde de Magistris. Si parte dall'esperienza in Calabria, terra difficile, «dove c'è qualcosa di simile alla schiavitù», dove vige un sistema «di democrazia controllata», dove non «ti fanno saltare con il tritolo, ti delegittimano».

In questo contesto anche la magistratura «è sempre stata messa peggio». «I magistrati conformisti e pavidi che dicono che tutto è tranquillo fanno torto ai principi costituzionali», dice. Il botta e risposta ripercorre tutte le fasi delicate delle inchieste, del trasferimento, della fine di una carriera, fino al passaggio fondamentale, la scelta politica. Sabelli Fioretti: «Tu vuoi incidere, vuoi cambiare il Paese». De Magistris: «Certo. Sono fermamente convinto che solo attraverso la politica possiamo cambiare questo Paese. La soluzione giudiziaria è una balla. La soluzione giudiziaria serve per ricostruire fatti singoli, ma non possiamo ottenere il cambiamento del Paese in modo anomalo come con Tangentopoli». SF: «Il ruolo della magistratura…». DM: «C'è poco da fidarsi della magistratura, oggi. Abbiamo visto che magistratura abbiamo. Ci sono più magistrature...».

Dunque non sono tutti santi: «Assolutamente no. Oggi come oggi starei molto attento a consegnare il Paese in mano ai magistrati». Una vita calabrese sotto scorta e poi, trasferito a Napoli, di nuovo senza protezione: «Mi ha salvato il diario. Se mi dovesse succedere qualcosa basterebbe leggere il mio diario per capire chi è stato». Quattro generazioni di magistrati, la famiglia de Magistris. Il sindaco rivela un'adolescenza ribelle (tanto da costargli il 60 alla maturità, «presi 51»), e poi lo studio matto e disperatissimo per diventare pm («pm è stata la mia passione e lo è tuttora. Pm è il massimo»), tanto che ammette: «Magistrato lo si è sempre. Io mi sono dimesso dall'ordine giudiziario ma rimango un magistrato. Poi, solo dopo, sono un politico».

De Magistris è per la separazione delle carriere, «ma garantendo l'indipendenza del pm dal potere esecutivo».
Si arriva, saltellando qua e là tra ricordi personali e non, al de Magistris politico. «Quando ho deciso di candidarmi ho consultato sì e no dieci persone, compresi i miei familiari: Marco Travaglio, Salvatore Borsellino, Antonio Ingroia, Beppe Grillo, Michele Santoro, un paio di magistrati napoletani amici miei». Ma poi con Grillo c'è stata una rottura politica. Ammette che nell'Idv «ci sono persone modeste e impresentabili» e «quelli che temono che in un possibile governo di sinistra io possa fare il ministro».

Tra gli errori commessi dal partito uno dei maggiori è stato quello di aver sostenuto Enzo De Luca alla Regione: «L'errore di De Luca lo stiamo scontando non solo in Campania, ma anche a livello nazionale... Purtroppo Di Pietro non ha saputo dire di no al segretario regionale della Campania, Formisano». E rivela che, a sinistra, si stava lavorando a due ipotesi: Massimo Villone e Sergio D'Angelo. Quanto al suo alleato naturale il governatore Nichi Vendola dice: «Da solo non va da nessuna parte. Politicamente si sta vendendo molto bene come nuovo, ma non è nuovo per niente. E poi viene da una stagione controversa nella giunta regionale con implicazioni giudiziarie». Se si facessero le primarie di coalizione tra Vendola e Bersani, vincerebbe il governatore pugliese «però poi Vendola se non fa un'operazione politica matura e intelligente, non vince contro un candidato di centrodestra».

Un capitolo è dedicato al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, con cui in passato c'è stata ben più di una frizione. Perché? «Ho sperato e atteso un intervento di Napolitano in quanto presidente del Csm... Ma non è mai arrivato». Ora? «Dalla vittoria elettorale per me e Napolitano, credo, si sia aperta una nuova stagione di rapporti». Già, il trionfo contro tutti e tutto: «Napoli è un laboratorio politico che va oltre i confini cittadini e regionali, che può essere da monito a tutto il Paese. Protagoniste di questo laboratorio politico sono le persone».

La conclusione del viaggio? Sabelli Fioretti: «Finito il tuo compito a Napoli pensi che per te ci potrebbe essere un'ulteriore stagione come leader di una coalizione di sinistra?». Risposta: «Il futuro è il futuro, dunque non conoscibile né programmabile. La prospettiva, comunque, non mi dispiace né mi spaventa». Ancora: «E come presidente del Consiglio ti ci vedi?». La risposta: «Silvio Berlusconi ha guidato il Paese per tanti anni, perché dunque non potrei farlo anche io?».

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