D'Alema vuole il Quirinale
La lampadina del Quirinale deve essergli accesa quando, dopo la rinuncia di Ciampi a una rielezione, il suo nome è stato proposto dal centrosinistra per la presidenza della Repubblica. Lui sapeva che in quell'occasione non ce l'avrebbe mai fatta, era troppo presto, ma allora deve aver capito che si poteva fare, che non era velleitario fantasticarlo. E mentre Veltroni replicava Obama dicendo "Yes, we can", D'Alema in cuor suo pensava "Yes, I can".
Ed eccolo al lavoro. Ha mantenuto nel partito una presenza forte ma delegata, ha ridotto al minimo la partecipazione a iniziative di "popolo", preferendo la convegnistica paludata, riservata alle elite; quando viene a Milano incontra imprenditori, intellettuali e banchieri, mica la gente (quella non ti elegge al Quirinale).
Ed è per non screziare il candore del percorso verso il Colle che ha preferito godere della protezione parlamentare. Non per paura delle risibili accuse che gli venivano mosse, ma per non finire nel tritacarne giudiziario. Non voleva una macchia sul curriculum, e una inchiesta lo distrugge il curriculum, meglio tutelarsi. Per farlo è riuscito persino a far ingoiare agli elettori del Pd una cosa che in altri tempi nessuno avrebbe perdonato: l'immunità da parlamentare (che ne pensa Furio Colombo? E gli ulivisti? E gli intellettuali? E Micromega? E Repubblica e l'Espresso?). D'Alema è rimasto sottotraccia, se ne è andato all'estero, si è messo a studiare, sperando che la buriana passasse. È passata.
Ed ora può concentrarsi sul quel benedetto Colle.



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