Si smetta di pensare al Pd come a un bel giocattolo

Martedì, 8 settembre 2009 - 11:21:00


Di Marilisa D'Amico*

Ormai da qualche tempo si assiste a una curiosa diatriba, tutta interna al partito e poco interessante per chi ci sta a guardare, condotta da alcuni "studiosi" sulle differenze fra la diverse mozioni e, soprattutto, fra le opzioni in termini di "ingegneria costituzionale" per ciò che riguarda il sistema elettorale e il sistema dei partiti e la stessa forma-partito. Ultimo, cronologicamente, è l'articolo di Salvatore Vassallo, apparso sul suo Blog (3 settembre 2009), dove sono analizzate in punta di forchetta tutte le specifiche affermazioni della mozione Bersani per rilevarne contraddizioni ed eventuali errori dal punto di vista costituzionale.

Vorrei tentare di cominciare un ragionamento sulla necessità che, proprio in vista del congresso, si smetta di pensare al Partito Democratico come a un bel giocattolo che prima di tutto deve essere coerente con le idee e i modelli che hanno in mente poche persone, e che in parte sono anche la causa delle difficoltà che il partito si trova ad affrontare ora.

Nessuno pensa - tanto meno Bersani o chi ha deciso di sostenerlo, fra cui rientra la sottoscritta che insegna diritto costituzionale in università, ma che non ha deciso di fare politica per "far passare le sue idee", soprattutto se concepite a tavolino - di tornare indietro o di rinunciare alla costruzione di un partito democratico il più possibile ampio. Quello che si pensa, e che è sotto gli occhi di tutti, è che l'amore per le regole, per la costruzione del modello, per la voglia di uno Statuto dalle mille opzioni possibili, abbia determinato, nei fatti, un partito ingabbiato in se stesso, che non riesce a uscire e che è troppo ingessato nelle regole, regolette, o fedeltà a semplici slogan.

Ci sono tre punti essenziali, sui quali ci si deve confrontare e su cui, alla fine, il segretario che vincerà dovrà comunque fare i conti. Il primo, la complicazione dello statuto, che partendo da una esigenza chiara, quella di un rapporto diretto fra la società e i responsabili del partito, attraverso il meccanismo delle primarie, si perde in una serie di applicazioni infinite del metodo stesso, senza tenere conto di differenze concrete importanti (primarie davvero per tutto e partecipate da chi? Non si può sancire una differenza fra iscritti e potenziali elettori e poi consegnare a questi ultimi la sorte definitiva del partito, attraverso meccanismi gestiti comunque dall'alto).

Il principio, dunque, non va discusso, ne vanno semmai modificate alcune applicazioni, ma senza pensare che da questo discenderà una rinuncia al principio delle primarie su cui si fonda il partito democratico.
Il secondo, l'idea, sbagliata, della necessità del modello "bipolarista", qualunque esso sia, e quindi anche quello che abbiamo con il sistema elettorale attuale. Su questo, bisognerebbe davvero ragionare a fondo e senza falsi preconcetti. Ma davvero possiamo, soprattutto da "tecnici", sostenere la necessità che il bipolarismo sia un valore in sé, indipendentemente dalla legge elettorale?

Un bipolarismo come quello attuale, che rende i partiti padroni di tutto e gli elettori ridotti al rango di "yesman", che rompe il rapporto fra parlamentari ed elettori, con le liste bloccate, che comunque è confuso, mantenendo un sistema proporzionale in entrata e fortemente distorsivo in uscita, non è e non può essere difeso a spada tratta. Questo sistema elettorale produce esattamente il contrario di quello che abbiamo voluto quando ci siamo battuti per il referendum elettorale del 1993. Anche in questo campo, proviamo a ipotizzare una riforma seria, dove l'obiettivo finale sia quello di ricostruire un sistema democratico con una legge elettorale adatta, che consenta ai cittadini di far pesare il proprio voto.

Infine, la reale fusione della cultura laica e di quella cattolica, attraverso una seria riflessione su principi, valori e ruolo della politica rispetto a scelte su cui le diverse sensibilità partono da posizioni opposte. Il tema della laicità, per come è stato vissuto finora dal Partito democratico, rimane un tabù. Il partito deve dare un orientamento chiaro, anche ai propri Parlamentari, sulla necessità che la politica non pensi di moralizzare attraverso la legge, ma costruisca regole condivise, nella quali ognuno sia libero, secondo la propria visione della vita, di fare le proprie scelte, rispettando quelle degli altri.

Mi piacerebbe che, nella discussione congressuale, venisse meno la tentazione di costruire modelli astratti e lontani dalla realtà, ma che cercassimo insieme di dare concretezza ad alcuni principi importanti su cui si fonda il nostro partito: partecipazione, democrazia, laicità.


*Ordinario di Diritto costituzionale nell'Università statale di Milano. Esecutivo regionale PD

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