Il politologo Chiarini ad Affari: "Partiti sempre più leggeri e a misura di tv, dei grandi dirigenti la gente se ne fotte"

Lunedì, 1 febbraio 2010 - 11:50:00

Berlusconi
Silvio Berlusconi
Di Francesco Cocco

I partiti italiani di oggi? Leggeri, sempre più leaderistici e influenzati dalla televisione. Questa l'analisi che esprime ad Affaritaliani.it lo storico e politologo Roberto Chiarini, docente di Storia contemporanea all'Università di Milano."La struttura dei partiti è diventata sempre più leggera - spiega -: meno burocrazia, apparati, risorse, sedi, congressi, giornali...". Un cambiamento, per l'appunto, strutturale, che rispecchia un mutare del ruolo di queste formazioni nella realtà: "E' venuta meno l'idea di partito come appartenenza - ricorda lo storico -; una volta non si era solo italiani, ma soprattutto socialisti, democristiani e così via... Insomma, i partiti non sono più chiese ideologiche e non hanno più quella forte capacità di fidelizzazione".

Ci si potrebbe chiedere se sia un bene o un male. "Né l'uno, né l'altro, si tratta di un processo che riguarda tutte le democrazie mature e le società postindustriali in cui i ruoli sociali si vanno amalgamando e l'appartenenza alla classe operaia o a quella intelluttuale non è più vista come un destino immodificabile". Altro fenomeno che sembra ineluttabile è la leaderizzazione dei partiti, con sigle nate attorno al fondatore. Emblematici i casi, fra gli altri, dell'Idv con Antonio Di Pietro, dell'Api di Francesco Rutelli, dell' "Io sud" di Adriana Poli Bortone; secondo alcuni, anche del Pdl sprigionatosi dal predellino calcato da Silvio Berlusconi.

Chiarini non ha dubbi: "Il leaderismo è legato alla personalizzazione e alla spettacolarizzazione della politica. Prima ci si avvicinava alla politica attraverso alla sezione del paese, alla comunità". Forme di socialità, comunque. Poi c'è stato il diffondersi della televisione. "Il mezzo televisivo separa l'individuo dalle istanze del partito. Perché bisognerebbe scomodarsi ad andare in sezione quando basta accendere la tv per ascoltare i leader nazionali? Sentendoli parlare in televisione, è nei leader che ci si immedesima".

Dimagrimento e leaderizzazione non sono ovviamente fenomeni senza parziali eccezioni. "Per esempio - osserva Chiarini -, la Lega Nord ha una sua struttura, una sua militanza... sembra quasi un vecchio partito di massa. Certo, Umberto Bossi fa il bello e il cattivo tempo e dunque il leaderismo c'è anche lì". Un partito che appare in grossa difficoltà dopo soli due anni di vita è il Pd. Lo ammettono perfino i suoi maggiori esponenti: ultimo in ordine di tempo, Sergio Chiamparino. E il professor Chiarini è d'accordo: "Il Partito Democratico è una mescolanza al momento non riuscita fra due tradizioni politiche e culturali (cattolica e comunista, ndr) con una propria rete di insediamento sul territorio; reti che tuttavia vanno perdendo autorevolezza e dunque spappolandosi".

D
Massimo D'Alema
Per fare un esempio, il docente fa un riferimento alle recentissime elezioni primarie in Puglia, stravinte da Nichi Vendola. "Una volta bastava che si annunciasse l'arrivo di un Massimo D'Alema da Roma, nel senso di un grande dirigente di partito, e tutti si davano una regolata; al limite si discuteva, ma poi votavano come diceva lui. Adesso se ne fottono tutti".

Il Pdl sembra invece ancora un caso a parte. "L'originalità del Pdl - è l'analisi di Chiarini - sta in un leader che ha una grande forza di richiamo ed è la vera fonte di accreditamento della sua classe dirigente. E' Silvio Berlusconi a decidere chi è il candidato sindaco fin nella più piccola città, e questo perché è lui il vero motore elettorale che con la sua presenza è in grado di far vincere". E' un caso unico nella storia italiana, precisa Chiarini ("Bossi è forte ma può contare sulla macchina del partito"): non solo del presente, ma del passato. "Neanche Benito Mussolini poteva fare questo", aggiunge; precisando ovviamente che non si tratta di un paragone politico o personale fra i due leader ma solo riguardo alla loro forza all'interno del partito. "Mussolini - prosegue Chiarini - aveva ottenuto che i suoi ras spadroneggiassero ciascuno nella sua provincia di origine ma non gli rompessere le scatole a Roma; Berlusconi, invece, fa quello che vuole a Roma come in periferia, perché porta una quantità di voti che gli altri si sognano".
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