Caos Iraq, colpa degli Usa. Paese a rischio guerra civile
Di Tommaso Cinquemani

"La serie di attentati che hanno devastato Baghdad è direttamente correlata al ritiro degli americani dal suolo iracheno". Mario Arpino, ex Capo di Stato maggiore della Difesa e ora nel board dell'Istituto di Affari Internazionali, spiega ad Affaritaliani.it la fase di transizione che sta vivendo il Paese. "Il governo di Al Maliki, sciita, è estremamente debole e sta subendo l'offensiva delle milizie sunnite che vogliono il potere. Prima gli americani tenevano buone queste forze, militarmente e anche con ingenti finanziamenti, adesso non più". E lancia un avvertimento: "L'Iran ha una forte influenze sull'Iraq. La paura è che possa spingere le due fazioni verso una guerra civile".
Poi spiega: "C'è da dividere la politica dal business. L'Iraq è un Paese che si sta riprendendo. Sotto il profilo delle infrastrutture ci sono forti investimenti. Società straniere hanno costruito ferrovie, linee elettriche e hanno fatto grossi investimento nel settore petrolifero. Mentre dal punto di vista politico l'Iraq è sì allo sbando".
A pochi giorni dal ritiro delle truppe Usa una serie di esplosioni ha devastato Baghdad. Che cosa sta accadendo in Iraq?
"Gli americani se ne sono andati e hanno passato il dossier Iraq dalla Difesa al ministero degli Esteri. Questo significa che dopo che l'ultimo marines ha lasciato il territorio sono arrivati i civili sotto forma di contractor, in appoggio alle ditte e al ministero degli Esteri. Il governo si regge ora sulla guida di Al Maliki che dopo molti mesi di dura lotta politica ha conquistato il potere. Ha formato un governo che però è estremamente debole. Già si sapeva che non appena gli americani avessero levato le tende il governo si sarebbe sfasciato. Lo stesso Al Maliki ha detto che era possibile una recrudescenza sunnita'".
Come mai?
"I sunniti non sono soddisfatti della loro partecipazione al governo. Sono una minoranza della popolazione, mentre la maggioranza è sciita. Ma i sunniti non sono affatto rassegnati ad avere un ruolo di secondo piano sulla scena politica irachena. Cercano di riprendere il sopravvento. Il generale Petreus pagava queste bande di ex insorti per attirarli dalla loro parte".
Con il ritiro degli americani cosa è successo?
"Al Maliki è sciita e ha smesso di pagare questi combattenti che sono sunniti. Così loro hanno iniziato a fare attentati. Persino Al Maliki lo aveva detto: aveva chiesto agli americani di rimanere, perché sapeva che ci sarebbero stati dei problemi".

Perché Obama non è rimasto?
"Perché non se lo poteva permettere. Le elezioni americane sono vicine e Obama aveva promesso che si sarebbero ritirati e lo ha fatto. Anche in Afghanistan accadrà la stessa cosa."
L'Iraq è un Paese allo sbando?
"C'è da dividere la politica dal business. L'Iraq è un Paese che si sta riprendendo. Sotto il profilo delle infrastrutture ci sono forti investimenti. Ci sono società straniere che hanno costruito ferrovie, linee elettriche e hanno fatto grossi investimento nel settore petrolifero. Mentre dal punto di vista politico l'Iraq è sì allo sbando".
In questo scenario l'Iran che ruolo ha?
"L'Iran è vicino agli sciiti, ma gli sciiti iracheni non sono vicini all'Iran a causa della guerra scoppiata negli anni '80 che ha causato migliaia di morti. Sono sciiti ma patriottici, nazionalisti. Ci sono però delle frange religiose che dipendono dall'Iran e che adesso si stanno risvegliando. Questa è una variabile che va tenuto in conto. Ovviamente i sunniti non vogliono che questa accada. Il pericolo è che scoppi una guerra civile".


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