Cameron isola la Gb in un esilio (poco) dorato
Cameron, l'isolazionista. L'insulare. Beh, da un britannico doc che cosa si vuole pretendere? Ma nel gran rifiuto di Downing Street c'è molto di più di quanto appare. Certo gli inglesi hanno un prodotto nazionale scarsissimo, poco più del 2 per cento del prodotto mondiale (la piccola Italia che è diventata settima dopo la Corea ha il 3,5). La disoccupazione è molto alta. Quindi il governo britannico ha estremo bisogno di una moneta molto mobile, capace non solo di coprire, come ha già fatto, i buchi delle banche, ma anche di sostenere le imprese che perdono tanti colpi.
Perciò Cameron ha urgenza di prestare tantissime sterline e di non essere vincolato dai rigidi parametri della Vecchia Europa. Per Cameron è stato naturale quanto urgente non mischiarsi con l'Europa dell'euro che adesso, sotto la pressione della crisi, anche se a piccoli passi, prova a stringere maggiormente i vincoli nazionali per diventare, se non una nazione unitaria, qualcosa che potrebbe nel tempo somigliargli, almeno un po'.
Ma è proprio questo che Cameron non può reggere. Perché un Europa che cambia o cambierà, significa non tanto mettere in questione gli stereotipi delle singole nazionalità, ma entrare nel nodo profondo della politica. Di tutta quanta la politica. Compresa l'architrave dell'alleanza politico-militare fra Gran Bretagna e Stati Uniti. Che cosa c'è nei vincoli del patto quasi secolare che comprende le due guerre mondiali? C'è tanto dalle Ardennne, 1917, all'Iraq. Molto di più che la difesa degli interessi della City di oggi e del rubinetto sempre aperto della sterlina svalutata come la lira di ieri.
Di Red Bull


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