Brunetta: se divento sindaco di Venezia resto anche ministro
Ce la farò. In Francia i ministri più bravi sono quelli che fanno anche i sindaci». Renato Brunetta è ancora dentro l’ufficio di presidenza del Popolo delle libertà. Esce per un attimo dalla sala. Parla piano, ma è frastornato, quasi incredulo.
Il figlio dell’ambulante che vendeva gondolete nei pressi di San Marco ha coronato quello che non aveva esitato a definire «un sogno». Fino all’ultimo non era convinto che avrebbe avuto la meglio su chi, nella maggioranza, era contrario a che lui si candidasse alla guida di Venezia senza liberare lo scranno di ministro.
La nota firmata di pugno dal premier mette fine ad ogni discussione. A mettere l’ultima parola hanno contribuito molti fattori, su tutti la mancanza di un’alternativa altrettanto forte nel Pdl. Berlusconi si sarebbe poi fatto convincere da alcuni sondaggi interni. Uno di questi, realizzato da Crespi Ricerche, indica Brunetta in vantaggio con una forchetta di 14-16 punti sui tre candidati del centro-sinistra alle primarie di domenica prossima, ovvero Laura Fincato, Giorgio Orsoni e Gianfranco Bettin. Numeri che, se confermati nelle urne, contribuirebbero a sostenere il consenso di una coalizione squassata dalla mancata conferma di Giancarlo Galan alla guida della Regione e dalla scelta imposta dalla Lega di Luca Zaia.
Brunetta è convinto che i numeri siano questi: «E’ chiaro che se mi candido io si vince», andava dicendo ad amici e colleghi in questi giorni. «Ma io non lascio a metà il mio lavoro. O accettano il doppio incarico, o non se ne fa nulla. La decisione spetta a loro», diceva riferendosi agli alleati. Alla fine l’ha spuntata.
Brunetta, allora resta ministro?
«C’è bisogno di confermarlo?». Nella coalizione ci sono state molte resistenze.
E il suo caso sarebbe una novità nel panorama italiano.
«La risposta è sì, resto ministro».
Nella riunione ha avuto mandato anche per la coalizione che la sosterrà? Avete discusso dell'appoggio di forze come l’Udc?
«E’ ancora tutto aperto, open, vedremo».
Un sindaco che fa già il ministro può essere un buon amministratore?
«Lo farò con grande sacrificio, ma sono convinto di sì. In Francia è del tutto normale. E anzi, più un ministro ha una sua forza elettorale locale più è apprezzato a livello nazionale».
Non ha pensato che in fondo avrebbe potuto lasciare terminare il suo lavoro impostato al ministero della Pubblica amministrazione a un altro collega?
«Le mie riforme saranno a regime non prima di un anno. E voglio essere io a seguirle fino alla fine. La considero una questione di rispetto per gli italiani che mi hanno votato e che mi danno il loro gradimento nei sondaggi».
In molti, su tutti Francesco Giavazzi, hanno argomentato che Venezia è però una città molto difficile da governare, assolutamente peculiare. E che per questo ci vorrebbe un sindaco a tempo pieno.
«Sarà una gran faticaccia, ma non ho dubbi che ce la farò. Io sono convinto che per una città di respiro mondiale quale è Venezia avere un sindaco ministro sarà una forza, non una debolezza».
Secondo alcune ricostruzioni lei avrebbe già prospettato l’ipotesi della nomina di un sottosegretario e di due vicesindaci. E’ così?
«E’ ancora presto per queste decisioni, ma è evidente che mi dovrò organizzare».
Lei è convinto di vincere con ampio margine, è così?
«C’è un sondaggio al riguardo».
Cercherà il consenso anche a sinistra?
«La mia storia la conoscono tutti. Io sono un riformatore. E come tutti i riformatori posso aspirare a raccogliere consenso oltre la mia coalizione. A Venezia c’è bisogno di un forte cambiamento, e io posso incarnarlo».
da La Stampa



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