Dopo 15 anni San Suu Kyi è libera
![]() San Suu Kyi |
Aung San Suu Kyi, l'icona della democrazia in Birmania, che ha trascorso 15 degli ultimi 21 anni agli arresti domiciliari, e' libera
. Raggiante e commossa si è affacciata all'ingresso della sua casa di Rangoon è ha salutato la folla esortando i suoi sostenitori: Ora"dobbiamo lavorare tutti insieme di comune accordo", ha detto puntando ad annullare le divisioni nell'opposizione che hanno visto una fazione scissionista del suo ex Partito, la Lega
Nazionale per la Democrzia, partecipare alle controverse elezioni volute dalla giunta militare, cui le non ha potuto partecipare ed aveva invitato a boicottare. Il Nobel e la Pace ha chiesto ai suoi sostenitori di riunirsi al quartier generale per ascolta il suo primo discorso ufficiale.
LA SPINA NEL FIANCO DEL REGIME. In apparenza fragile e delicata, in realta', la donna che e' stata premiata con il Nobel per la Pace nel 1991 ha una tenacia di ferro e ha svolto un ruolo cruciale nel mantenere l'attenzione del mondo sulla giunta militare e i diritti negati in Birmania. Conosciuta semplicemente come 'la Signora' da milioni di suoi connazionali, Aung si e' sempre rifiutata di abbandonare il suo Paese. "Per me, la vera liberta' e' la liberta' dalla paura e se non si puo' vivere senza la paura non si puo' vivere una vita dignitosa", disse una volta. La sua Lega Nazionale per la Democrazia stravinse le elezioni del 1990 (le penultime prima di quelle definite 'farsa' dall'Occidente, di domenica scorsa), ma non le e' mai stato permesso di governare; e alle ultime consultazioni, dopo aver deciso di non scendere in campo, il suo partito e' stato disciolto dalla giunta. La 'pasionaria' birmana avrebbe dovuto essere rilasciata il 27 maggio dello scorso anno, ma poche settimane prima dell'attesa scadenza uno sconosciuto americano si immerse nel lago di fronte alla sua residenza e raggiunse a nuoto l'abitazione.
Astrusa la giustificazione: John Yettaw sostenne di esser stato mandato da Dio per avvertirla che sarebbe stato il bersaglio di un imminente assassinio. Nell'agosto seguente, Aung San Suu Kyi fu condannata agli arresti domiciliari per aver consentito allo strambo americano, John Yettaw, di aver pernottato per due notti a casa sua, violando le norme di sicurezza. San Suu Kyi ha trascorso gran parte della sua vita all'estero prima di tornare, nell'aprile del 1988, nella sua casa di famiglia, sulle rive del lago Inya, a Rangoon, per assistere la madre malata; e ha parlato per la prima volta dinanzi a una folla di manifestanti, il 26 agosto dello stesso anno, sui gradini della storica Shwedagon Pagoda, nella capitale. Chi la vide in quell'occasione fu colpito dalla somiglianza con il padre, il generale Aung San, eroe nazionale che aveva portato la Birmania sull'orlo dell'indipendenza dal dominio britannico, prima del suo assassinio nel 1947. "Non potevo, in quanto figlia di mio padre, rimanere indifferente a tutto cio' che stava accadendo", disse alla folla la 'signora', che aveva appena due anni quando il padre mori'.
Il mese seguente i militari soffocarono nel sangue il tentativo di rivolta democratica: migliaia di persone vennero uccise o imprigionate, ma i militari promisero le elezioni. Nel 1989, San Suu Kyi infranse il tabu' di attaccare pubblicamente il dittatore, Ne Win, bollato come la fonte dei mali del Paese; e l'attacco sigillo' il suo fascino popolare, ma anche il suo destino, perche' nel luglio del 1989 Aun San Suu Kyi fu messa agli arresti domiciliari e vi resto' per sei anni, fino al 1995. Poi, nel 2000, di nuovo in carcere e nel 2002, a maggio, la liberta': quella e' stata l'ultima volta che ha riassaporato la liberta', quando inizio' un periplo nel Paese per incontrare i suoi sostenitori, in un clima di crescente ostilita' da parte del governo; ma il 30 maggio del 2003, San Suu Kyi e il suo convoglio finirono in un agguato con decine di vittime, secondo le organizzazioni a tutela dei diritti umani. Gli anni trascorsi agli arresti domiciliari, li ha dedicati -pare- allo studio, alla meditazione buddista, ad esercitare il pianoforte e a migliorare il suo francese e il giapponese. Ma il suo messaggio alla giunta e' sempre stato forte e chiaro: la ricerca di un dialogo aperto con la giunta e le minoranze etniche birmane nel tentativo di superare lo stallo politico, in cui versa il Paese.
I generali hanno sempre rifiutato di riconoscerla come interlocutore politico, mettendo in dubbio il suo patriottismo (la chiamano con il cognome da sposata, 'la signora Michael Aris') e accusandola di essere uno strumento in mano a Gran Bretagna e Stati Uniti e al servizio delle loro mire neo-coloniali. Ma lei con il tempo e un enorme costo personale, e' divenuta la piu' famosa detenuta al mondo, paragonata a Nelson Mandela e al Mahatma Gandhi, combattenti per la liberta' da cui ha tratto ispirazione nel corso degli anni. 'La Signora' ha sempre rifiutato di lasciare la Birmania, per timore di non poter rientrare: e' stata tenuta in un ferreo isolamento pero' e la giunta ha persino negato il visto al marito, morente di cancro alla prostata,che voleva visitarla. Aris, docente ad Oxford, e' morto nel marzo 1999 e lei in quell'occasione rifiuto' l'offerta della giunta di avere un visto per poter partecipare al suo funerale. Anche i due figli, Alexander (1873) e Kim (1977) non li vede da dieci anni: non solo la sua liberta', dunque, ma anche la famiglia, Aung San Suu Kyi ha sacrificato famiglia sull'altare della democrazia. Perche', come disse una volta lei stessa, "quello che abbiamo e' la perseveranza: non e' la pazienza, e' la perseveranza. Siamo pronti a perserverare qualunque siano gli ostacoli".
LE REAZIONI/ Il presidente americano Barak Obama ha espresso la sua soddisfazione da Yokohama, in Giappone dove partecipa al vertice dell'Ape. Si è spesso riferito a San Suu Kyi come alla "mia eroina", un'eroe della nostra epoca. "Ora bisogna liberare anche gli altri prigionieri politici" ha chiesto Obama alla giunta militare al potere dal 1968. "Mentre il regime birmano ha isolato e tappato la bocca ad Aung San Suu kyi per un periodo straordinariamente lungo, lei ha coraggiosamente continuato a combattere per la democrazia, la pace e il cambiamento in Birmania", si legge in una nota della Casa Bianca". Suu Kyi, ha proseguito Obama, "è una dei miei eroi e una fonte di ispirazione per tutti coloro che lavorano per il progresso dei diritti umani in Birmania e nel resto del mondo. Gli Stati Uniti accolgono con favore il suo estremamente ritardato rilascio" ora "è giunto il tempo che il regime liberi tutti i prigionieri politici, non uno solo".
Soddisfatte anche Londra e Parigi. "Sarebbe dovuta essere liberata già da tempo", ha detto il primo ministro britannico David Cameron, "Aung San Suu Kyi - ha affermato - è un'ispirazione per tutti noi che crediamo nella libertà d'espressione, nella democrazie e nei diritti umani". Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha invece messo in guardia le autorità birmane contro "tutti i possibili ostacoli alla libertà di movimento e di espressione" per Aung Sang Suu Kyi che "costituirebbero una nuova inaccettabile negazione dei suoi diritti". E d'accordo con lui anche il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Durao Barroso: "E' fondamentale che ora Aung San Suu Kyi goda di una libertà di movimento e di parola senza restrizioni, e che possa partecipare pienamente al processo politico del Paese" ha detto. Dalla cancelliera tedesca Angela Merkel sono arrivati i rallegramenti per la liberazione di "un'ispirazione, una figura simbolica e un modello" unito all'appello a che vengano "liberati gli oltre 2.000 prigionieri politici" del Paese."
E dopo la gioia espressa ufficialmente, dalla Farnesina è arrivata anche una nota di rammarico per il fatto che "la liberazione di Aung San Suu Kyi, così come quella di numerosi altri detenuti politici, non sia avvenuta prima delle elezioni del 7 novembre, le prime elezioni dal 1990 le quali avrebbero certamente assunto un significato ben diverso se si fossero svolte in un contesto di libero e democratico confronto tra le diverse forze politiche del paese". "Auspichiamo che rappresenti un primo segnale di apertura del governo di Rangoon - ha concluso la Farnesina - per avviare un dialogo con l'opposizione e un processo di apertura sul fronte delle libertà democratiche e il rispetto dei diritti".
Per Amnesty International ora l'importante è che il rilascio di Aung San Suu Kyi non faccia dimenticare gli altri "prigionieri di coscienza" ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty ricordando che in Birmania "ci sono attualmente oltre 2200 prigionieri politici, condannati sulla base di norme vaghe, utilizzate sovente per criminalizzare il dissenso politico e detenuti in condizioni agghiaccianti, con cibo e servizi igienici inadeguati e senza cure mediche. Molti di essi sono stati torturati nel corso degli interrogatori e subiscono ancora torture da parte del personale penitenziario". Lo stesso è stato ricordato anche dall'Onu. Navi Pillay, l'Alto commissario per i diritti umani, ha chiesto il rilascio di tutti prigionieri politici e la "liberazione incondizionata" per San Suu Kyi.



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