Birmania, un anniversario scomodo

Giovedì, 27 maggio 2010 - 14:15:00


Di Cecilia Brighi

Ogni volta che mi si chiede di scrivere di Birmania, mi assale la paura di diventare ripetitiva. Purtroppo le cose invece cambiano e in peggio. Ogni giorno nuovi arresti, nuove violenze, nuove rapine all'ambiente, nuove aggressioni, nuovi stupri. E nuova arroganza di un potere militare che viene, comunque, ossequiato da alcuni governi o ignorato da altri, sempre per interesse. Allora, nonostante il rischio di ripetermi come un mantra, penso che forse c'è anche bisogno di questo.
20 anni fa nella lontana Birmania, dopo oltre 25 anni di dittatura e dopo la sanguinosa repressione del 1998 che causò oltre 3.000 morti, i militari furono costretti a indire delle elezioni ,che credevano di poter vincere con grande facilità. Avevano messo agli arresti domiciliari la leader del nuovo partito democratico Aung San Suu Kyi, arrestato tutti i dissidenti, ma non avevano fatto i conti con l'insopportabilità della dittatura, con la crescente povertà e con la voglia di democrazia.
Le elezioni si tennero il 27 maggio 1990 e segnarono una sonora sconfitta per i militari
Purtroppo i militari non accettarono la scelta di popolo e ripresero la repressione, non riconobbero mai il parlamento democratico, arrestarono i parlamentari appena eletti e ripresero la repressione sistematica contro gli oppositori, i gruppi etnici, i lavoratori.

Oggi, venti anni dopo la Birmania è ancora sotto il peso di un a durissima dittatura militare che si sta trasformando nuovamente in una dittatura civile.
Un paese chiave per gli equilibri geopolitici asiatici e globali, la cui giunta cerca una impossibile legittimazione attraverso la stessa ricetta: nuove elezioni per trasformare se stessa da una giunta militare ad una dittatura civile.
La strategia punta a costruire una nuova legittimazione internazionale, necessaria a mantenere il potere politico ed economico nelle mani di pochi, dell'esercito e dei suoi alleati, e a rafforzare una economia di rapina, in mano ai familiari o agli amici dei generali.
La giunta ancora oggi può contare sulla grande amicizia e collaborazione politica ed economica di Russia, Cina, Pakistan, India, Libia, Sudan, Zimbabwe, Iran etc.. In questi ultimi anni sono stati riallacciati proficui rapporti politici e militari con la Corea del Nord e la Russia. Con la loro collaborazione la giunta ha costruito un reattore nucleare sperimentale, sfruttando i ricchi giacimenti di uranio presenti nel paese e la collaborazione di scienziati ed esperti nucleari dei due paesi, nonché di alcuni scienziati fuoriusciti dal Pakistan. Mentre continua a non investire in sanità, istruzione o lavoro dignitoso, la giunta ha costruito una nuova capitale, e oltre 800 tunnel capaci di ospitare per mesi la leadership del paese, talmente grandi da poter far transitare camion militari e armamenti. da 20 anni soprattutto nelle zone etniche sono continuate le uccisioni extragiudiziali, le deportazioni forzate di interi villaggi spostati per lasciar posto ad investimenti infrastrutturali come grandi dighe per la produzione di energia elettrica, gasdotti a favore della Cina e della Thailandia, mentre a Rangoon e nei villaggi l'elettricità è razionata e i black out si ripetono in continuazione.
Che dire poi del lavoro forzato? Centinaia di migliaia di uomini, donne, anziani, bambini costretti al lavoro forzato con la minaccia di essere bastonati e uccisi..
20 anni in cui oltre decine di migliaia di bambini sono stati rapiti e costretti a diventare soldati.
20 anni di continui appelli del popolo birmano, di risoluzioni dell'ONU, della UE, degli Stati Uniti e di altri membri della comunità internazionale per la liberazione dei 2.199 prigionieri politici, e di Aung San Suu Kyi, completamente ignorati.

20 anni in cui la politica diplomatica che puntava al dialogo di facciata ha mostrato la corda. In venti anni non si è spostato nulla di concreto. Poi dopo la cosiddetta "rivoluzione zafferano" del 2007 si sono rafforzate le sanzioni economiche in Europa, USA, Canada e Australia. Sanzioni che le imprese continuano bellamente a non rispettare perché nessuno ha di questi paesi le sta attuando seriamente. Manca infatti un meccanismo di sanzione di chi viola tali sanzioni e soprattutto un meccanismo di controllo.

20 anni dopo, la strategia dei generali non è cambiata, proprio grazie alle complicità più o meno esplicite. Oggi infatti cerca una nuova legittimazione lanciando la sfida di nuove elezioni, costruite su una nuova costituzione che anche dopo il passaggio del potere dai militari ai civili, garantirà all'esercito la continuazione del dominio indisturbato del paese. La costituzione e le leggi elettorali infatti garantiranno il 25 % dei seggi ai militari e il loro potere totale sulla sicurezza del paese, sulla difesa e il pieno controllo su qualsiasi tentativo di revisione costituzionale.
Per impedire questa farsa il movimento birmano per la democrazia e i gruppi etnici si sono coalizzati, hanno formato un fronte comune coeso. Hanno chiesto ai governi del mondo un rafforzamento della azione politica diplomatica ma anche delle sanzioni mirate. Non chiedono tanto elezioni libere e democratiche, perché in queste condizioni sarebbe un obiettivo ridicolo. Chiedono che la comunità internazionale costringa la giunta ad accettare tre condizioni imprescindibili, affinché le elezioni costituiscano un passo vero verso la democratizzazione e affinché possa essere avviato un processo di riconciliazione nazionale e di autentica democratizzazione.

1. Immediata e incondizionata liberazione di Aung San Suu Kyi e degli altri detenuti politici, e la garanzia del diritto per tutti loro di partecipare ed essere candidati alle elezioni;
2. Cessazione di tutti gli attacchi contro le comunità etniche e gli attivisti democratici;
3. Apertura immediata di un dialogo genuino ed inclusivo tra la giunta, le organizzazioni democratiche e le nazionalità etniche, che comprenda la revisione della costituzione.

Sino ad oggi il Parlamento e il governo italiano sono rimasti silenziosi, mentre una settimana fa il Parlamento Europeo si è chiaramente pronunciato contro questo processo elettorale, denunciando le leggi elettorali: "basate sulla Costituzione del 2010, la quale garantisce l'impunità dei crimini commessi dall'attuale regime e prevede una sospensione totale dei diritti fondamentali durante lo stato di emergenza per un periodo indeterminato ed è stata concepita per mantenere la dittatura sotto forma civile e non garantisce in alcun modo i diritti umani né offre alcuna prospettiva di reale cambiamento" Una risoluzione quella del parlamento che impegna la UE in un robusto impegno diplomatico nei confronti dei paesi Asean, e dell'ONU, sostenendo l'embargo totale delle armi ed una risoluzione dell'Assemblea Generale e soprattutto pressioni volte costringere la giunta a cambiare decisamente passo e recepire le tre condizioni. Nulla si dice invece della necessità di modificare la costituzione quale condizione per promuovere elezioni libere e democratiche.

Oggi con la crisi economica globale e con il ruolo crescente di Cina e India negli equilibri internazionali, la questione birmana, come quella iraniana e coreana gioca un ruolo importante. Non è una questione qualsiasi. Per questo la ricetta non può essere banale e l'attenzione internazionale va mantenuta alta per evitare pasticci e compromessi inaccettabili. Il governo italiano deve pronunciarsi con convinzione, così come hanno fatto altri governi europei e deve attivamente sostenere le richieste dell'opposizione democratica e sindacale, appoggiando anche la raccomandazione del Relatore Speciale ONU per i Diritti Umani in Birmania, per la costituzione di una Commissione d'Inchiesta ONU sui crimini di guerra e contro l'umanità perpetrati dalla giunta.
I tempi stringono, le elezioni la cui data non è stata ancora fissata, cambieranno solo apparentemente il quadro di quello che è un paese in carcere. Il silenzio della politica e dei media non fanno altro che aiutare indirettamente tale gravissimo processo.

Oggi a 20 anni di distanza tutto è peggiorato, tranne che la volontà di opposizione non violenta del paese. A 20 anni dalle uniche elezioni democratiche abbiamo il dovere di raccogliere l'appello delle organizzazioni democratiche e sindacali che chiedono di rifiutare queste elezioni. Il 19 giugno prossimo la Premio Nobel Aung San Suu Kyi festeggerà il suo 65° compleanno ancora agli arresti domiciliari. E nonostante non sia in grado di parlare e di muoversi liberamente, ancora oggi è il punto di riferimento autorevole e eroico di una opposizione tenace ma prima di reali sostegni internazionali.

Da AprileOnLine

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