Alfano, Gelmini e Meloni: il nuovo Pdl. Affari svela il piano di Berlusconi

Venerdì, 6 agosto 2010 - 19:30:00

berlusconi
Silvio Berlusconi

"Meglio tirare a campare che tirare le cuoia", diceva Giulio Andreotti. Ma Silvio Berlusconi non è il senatore a vita e non ha alcuna intenzione di tirare a campare. Non ha alcuna intenzione di fare la fine di Romano Prodi e di governare con il pallottoliere contrattando ogni volta l'appoggio del Fli di Gianfranco Fini. Ma - stando a informatissime fonti vicine al premier - la certificazione dell'assenza di una maggioranza sulla mozione di sfiducia a Caliendo non è sufficiente per aprire la crisi. Anche perché il capo dello Stato è in vacanza a Stromboli, lontano dalla capitale, e il generale agosto - come sosteneva Bettino Craxi - mette tutto a tacere. La crisi però è soltanto rinviata. Il Cavaliere è stato chiaro e ai suoi ha detto: "Prepariamoci al voto".

Il presidente del Consiglio ha bisogno di un incidente forte, una mancata fiducia o un voto contrario su un provvedimento inserito nel programma di governo, per salire al Quirinale e dimettersi. In modo tale, poi, da poter incolpare in campagna elettorale l'ex leader di Alleanza Nazionale di aver tradito il patto con gli elettori. Il leader del Pdl è sicuro che non ci sono i numeri per un esecutivo tecnico o di transizione, primo perché l'Italia dei Valori vuole le elezioni, secondo perché al Senato anche se tutte le opposizioni si mettessero insieme non avrebbero i numeri sufficienti.

E' così che con il ministro dell'Interno, responsabile dell'organizzazione del voto, il premier ha già ipotizzato una data: domenica 14 e lunedì 15 novembre. Ma la data sembra troppo repentina e ravvicinata. E non piace al Quirinale, che ritiene allo stato poco motivato agli occhi degli elettori lo scioglimento anticipato delle Camere. Più probabile la prossima primavera. Nel frattempo Berlusconi passerà il mese di agosto a mettere a posto il partito. Qualcosa non va nel Popolo della Libertà, soprattutto alla Camera dove con Fini se ne sono andati in 34, a differenza dei dieci senatori. La prima testa a saltare potrebbe essere quella di Fabrizio Cicchitto, reo di aver lasciato troppo spazio nei mesi scorsi a quell'Italo Bocchino che ora è capogruppo del Fli. Come presidente dei deputati del Pdl, per quel poco di legislatura che rimane, in pole position c'è Maurizio Lupi, anche per riavvicinarsi al riottoso Roberto Formigoni (vedi manovra e federalismo). Ma le sue chanche sono in calo. Anche perché -osservano con Affaritaliani fonti molto vicine a Silvio Berlusconi - prima ancora va affrontata la questione del coordinamento del partito, che ingloba e risolve a monte quella dei coordinatori parlamentari. Nel senso che un partito ben guidato dal centro funziona bene anche in Parlamento.

La valutazione condivisa nell'entourage del presidente-leader è che serve una ventata di rinnovamento e più potere ai giovani in gamba come Angelino Alfano e Mariastella Gelmini. Ai quali si è aggiunta nelle ultime ore la candidatura dell'astro nascente Giorgia Meloni (che ha saputo resistere alle sirene finiane restando con Silvio). Ecco, è questa la nuova troika che si insedierà al vertice del partito. In tempi abbastanza brevi, specie se vi saranno le elezioni anticipate.

La loro promozione al vertice del Pdl obbedisce al criterio di aprire alle forze più giovani e fresche, premiare il lavoro e valorizzare l'esperienza e il curriculum: si cercano infatti persone che abbiano già maturato sul campo una sperimentata esperienza politico-partitica. Tutti e tre i personaggi designati hanno fatto i coordinatori, Alfano in Sicilia (anche in rappresentanza del Sud, essendo siciliano) la Gelmini in Lombardia (in rappresentanza del Nord essendo bresciana), la Meloni nei giovani di An (in rappresentanza del Centro essendo romana de Roma). E tutti e tre stanno formandosi alla guida dei rispettivi ministeri (da cui non si dimetteranno, essendo in programma le elezioni anticipate).

Si vuole essere più vicini alla gente e, come si dice, imparare dalla Lega e dalla sua capacità di stare sul territorio. Anche in vista delle elezioni amministrative in programma per l'anno prossimo (e vi si potrebbero abbinare le Politiche, rintuzzando così la polemica, speciosa ma ricorrente, da parte di chi alternativamente è contrario, sui costi delle elezioni), con piazze importanti chiamate a contarsi (come Milano, dove la candidatura di Letizia Moratti non piace ma al momento tiene, mentre tramonta quella della Gelmini e resta sullo sfondo il jolly di Gabri Albertini, considerato un valido e affidabile soldato, che però a Strasburgo si trova benissimo).

Tutto in movimento, dunque. Con un occhio a quel che accade tra i competitor. Dove si nota nel nuovo centro una evidente competizione sulla leadership tra Casini, Fini e Rutelli (chi è il gallo? Chi comanderebbe tra i tre se convergessero) che fa dormire sonni tranquilli sulle prospettive future della neoformazione. Si ritiene comunque Fini alla lunga il più debole e alla lunga soccombente dei tre, al di là delle vicende di Montecarlo, che si ritengono comunque da chiarire ma che vengono attribuite non direttamente al presidente della Camera ma alla sua compagna. Quanto al Pd si coglie un partito spaccato ("più di noi") e "alla frutta", tra la parte adusa a governare e quella alla Franceschini che non ha gestito esperienze ministeriali e si mantiene movimentista. Il resto si definirà nei prossimi giorni, nelle riunioni in corso. Ma il partito sarà rovesciato come un calzino, al centro e nei comitati regionali. A partire da Milano, dove è in scadenza il coordinatore Podestà e in autunno arriverà un nome nuovo, che viene tenuto coperto, ma che spiazzerà tutti.

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